ACCADDE OGGI

1900 – La prima esposizione universale del Novecento (119 anni fa): Una finestra sul secolo appena trascorso attraverso una panoramica delle principali invenzioni tecnologiche e istanze artistiche. Così Parigi, ritoccata dalla modernità nel suo fascino immortale, salutò l’arrivo del Novecento.

Nel pieno della seconda rivoluzione industriale (1870-1920), la Francia confermava la vocazione di laboratorio ideale per i nuovi ritrovati della tecnologia e per tutte le espressioni dell’ingegno umano. Prova n’è il fatto che di dodici “esposizioni universali”, ufficialmente riconosciute dal BIE (Bureau International des Expositions, in italiano “Ufficio Internazionale delle Esposizioni”), quattro si erano tenute nella location parigina, mentre all’acerrima rivale Londra n’erano toccate due soltanto.

L’EXPO d’inizio secolo premiò nuovamente la “città della Senna” e questa volta si trattava di un evento epocale, sia per la quantità e la qualità del patrimonio esposto, sia per il livello di modernità che la capitale si apprestava a raggiungere in vista del prestigioso appuntamento. Dieci anni dopo l’inaugurazione della celebre Torre Eiffel, altre opere erano in cantiere e promettevano una significativa trasformazione dell’assetto urbano.

Dalle stazioni ferroviarie di Gare de Lyon e Gare d’Orsay (oggi sede del Museo d’Orsay) ai padiglioni espositivi di Grand Palais e Petit Palais. Di maggiore impatto sui turisti e sulla qualità dei trasporti cittadini si rivelò la nuova metropolitana (tra le prime in Europa), che tagliava la città da est ad ovest. La linea venne completata in tempo per l’inaugurazione dell’Exposition Universelle del 14 aprile.

Una delle prime opere che stupì i visitatori fu la gigantesca ruota panoramica che con i suoi 100 metri d’altezza, detenne il record per quasi un secolo (sebbene fu demolita nel 1920). Tutta intorno Parigi appariva in uno spettacolo di luci che celebrava il trionfo dell’elettricità. Ecco spiegato il boom di presenze per l’EXPO, oltre cinquanta milioni di visite, che solo un’altra esposizione (Osaka 1970) fece registrare.

Dentro le aree espositive si poterono ammirare brevetti di portata tecnologica epocale. In primis il motore diesel alimentato da olio di arachidi, brevettato dal francese Rudolf Diesel, che solo trent’anni più tardi trovò applicazione nel settore automobilistico. Ma il maggiore riconoscimento venne assegnato alla prima scala mobile commerciale, realizzata dall’inventore americano Charles Seeberger per la Otis Elevator Company (società costruttrice del primo ascensore).

Non meno clamore suscitarono due invenzioni legate alla comunicazione e all’intrattenimento. Da un lato il cinematographe dei fratelli Lumiere, con il quale vennero proiettati alcuni cortometraggi su un grande schermo (16 m per 21 m). Dall’altro il Telegraphone dell’ingegnere danese Valdemar Poulsen, un registratore magnetico a filo, il cui funzionamento fu dimostrato registrando la voce dell’imperatore Francesco Giuseppe d’Austria; tutt’oggi è considerata la più antica registrazione audio magnetica esistente.

Nel settore dell’arredo e delle decorazioni si affacciò il nuovo gusto dell’Art Nouveau, con mobili moderni, arazzi e oggetti d’arte caratterizzati da linee curve e ornamenti di tipo vegetale o floreale. Principale fonte d’ispirazione furono le immagini orientali e più di tutte le stampe giapponesi. Di qui la tendenza si affermò nel campo delle arti figurative e in architettura.

Tra i manufatti artistici riscossero enorme successo piccole bambole di legno vestite secondo la tradizione contadina russa: fu l’esordio delle matryoshka, ideate dall’industriale e collezionista d’arte Savva Mamontov. Premiate a Parigi con la medaglia di bronzo, quale simbolo della tradizione russa, da quel momento cominciarono ad essere prodotte su larga scala ed esportate in tutto il mondo.

Lo shopping è terapeutico: abbassa ansia e stress e aiuta a mantenersi in formadi Alessia Strinati

Lo shopping, è terapeutico: abbassa ansia, e stress, e aiuta a mantenersi in forma. Lo shopping, cura la mente e l’animo. Non è solo una scusa usata da chi ha le mani bucate, ma lo dice la scienza, . Gli spendaccioni di tutto il mondo ora avranno un alibi perfetto per concedersi qualche acquisto in più, visto che secondo uno studio scientifico condotto da un pool di ricercatori di Taiwan e Australia su 1.900 volontari di entrambi i sessi e pubblicato sulla rivista specializzata “Journal of epidemiology and community health”, lo shopping farebbe diminuire ansia e stress.

Fare spese, dunque, farebbe bene alla mente e al corpo, non solo perché riduce lo stress, uno dei fattori di rischio di molte malattie come quelle cardiovascolari, ma perché aumenterebbe l’autostima, ridurrebbe l’ansia, aumenta il senso di felicità e soddisfazione, oltre al fatto che camminare per negozi è un esercizio fisico che sicuramente non può che far bene al corpo.

Non è necessario esagerare con le sperse e arrivare a fare acquisti folli, ma concedersi shopping, anche con una certa regolarità, avrebbe molti più benefici che controindicazioni. L’effetto calmante dello shopping può essere terapeutico, in alcuni casi fare spese si traduce in una forma di divertimento che aiuta a combattere la depressione e un senso di malessere e isolamento. Lo shopping migliora anche l’autostima: su un campione di mille persone dal portale di commercio online Zalando è emerso che l’8% degli italiani si dedica alle spese quando si sente gù di morale, perché l’acquisto determina immediati benefici dal punto di vista psicologico.

Fare shopping è un ottimo incentivo per stare in forma: comprare abiti nei quali sarà necessario entrare, aiuta a mantenersi attivi e lo stesso passeggiare per vetrine è una forma di fitness. Secondo la ricerca scientifica, passeggiare per tre ore fra una vetrina e l’altra permette di bruciare 350 calorie, che possono diventare 500 se si decide di evitare ascensori e scale mobili.

Se i benefici sono molti, bisogna comunque porsi un limite. In primis per il portafogli, ma anche per evitare che qualcosa di positivo possa diventare un’ossessione e dare origine ad atteggiamenti compulsivi. Se è vero che lo shopping fa bene è altrettanto vero che può portare a una forma di dipendenza patologica. Il consiglio degli esperti è porsi dei limiti di budget che aiutino a non strafare e a godere dello shopping senza conseguenze rischiose.

Significato dei nomi

PALMINA
PALMINO
PALMIRA
PALMINO
SIGNIFICATO
Variante del nome Palmiro: deriva dal nome di un’antica città della Siria e, per questo motivo, il suo significato è “città delle palme”. Si tratta di un nome dato ai bambini nati nel giorno delle Palme. Palmiro, nello specifico, proviene dal medievale latino palmarius, che indicava i pellegrini che si recavano in Terra Santa.
ONOMASTICO
Nome adespota, l’onomastico può essere festeggiato il 1° Novembre, festa di Ognissanti.

Toro

Domenica delle Palme, insieme al rametto d’ulivo raccogliete rami fioriti, create una bella composizione, ispirata a un quadro di Manet. Luna ancora quadrata, ma la forza di Saturno vi permette di demolire le barriere più dure. Venere vi ama, apre strade nuove per successo e affari, utile per sistemare la famiglia. Gli altri possono agitarsi, voi no, dovete sentire il fuoco creativo., Fuori dall’elenco

Leone

Cielo astrale magnifico! Tutto è scritto in questo grande aspetto Luna-Sole-Giove anche la fortuna classica, cioè, quella che cade dal cielo. Secondo la tradizione astrologica questi tre influssi uniti sono i migliori in assoluto per dare vita a qualcosa di nuovo nel privato o in campo pratico, secondo il desiderio del momento. Puntate lontano, anche all’estero se siete giovani o liberi professionisti.

Acquario

Luna prepotente con voi e il caro coniuge, impazza nel campo del matrimonio, delle associazioni, ma il suo fuoco leonino accende la primavera nel cuore. Sentite già la fiamma di Venere che si avvicina all’Ariete, mentre Marte è ben acceso nel campo della fortuna e nuovi incontri passionali. Gli affari che volete portare a termine entro Pasqua contano su una settimana di stelle grandiose!

Gemelli

Nuove sfide professionali richiedono nuove soluzioni. Luna in Leone è indicata per un esame critico del lavoro, cambiare qualcosa nei rapporti con ambiente e collaborazioni, con quel lucido coraggio che vi distingue. Qualcosa è già cambiato in amore e famiglia, con figli e genitori, altre novità previste da oggi a Pasqua, quando Mercurio e Venere tornano a ballare con voi. Affari ok.

Vergine

Dalle Palme a Pasqua, domenica prossima, sempre guidati da Luna positiva, domani nel segno. Il modo per non sbagliare è non prendere decisioni affrettate, ponderate bene, cercate solo persone adatte alle vostre iniziative, affari. Lo scontro diretto tra Venere e Marte è avvenuto nei giorni scorsi, avete superato un primo esame, ma nella salute ancora cautela, Giove agitato. Passione.

Scorpione

Dopo il Leone è il vostro marziano e plutoniano segno che conta su eccezionali combinazioni astrali. Previsioni positive partono dall’attività professionale o dalla ricerca di nuove o diverse possibilità per ottenere successo nella vita, ma è molto pronunciata anche la sfera sentimentale e passionale. Non buttate via per noia, rabbia, o litigi coniugali, l’opportunità di essere vincenti.

Sagittario

Tre pianeti contro, o meglio, vi mettono alla prova e sfidano la vostra pazienza da tanto, ma nessun influsso di disturbo può vincere quelli che rendono felice questa domenica delle Palme: Giove-Sole-Luna. Voi segni di fuoco avete oggi fortuna, anzi siete seduti sulla fortuna, tutto dipende dal vostro comportamento nel mondo, dalle reazioni con persone autorevoli. Salto libero in amore, splendido.

Ariete

Come una pastiera napoletana, la domenica è illuminata dagli influssi più belli: Sole nel segno in trigono con Luna e Giove, transiti che portano al trionfo l’amore, i rapporti affettivi, aprono una nuova via alla felicità, con la persona che conoscete o che incontrerete dalle Palme a Pasqua. Energia che deve servire per realizzare qualcosa di utile per voi stessi. Buone intuizioni in affari., Fuori dall’elenco

Bilancia

Il mondo attende Luna piena nel vostro segno che annuncia Pasqua (venerdì), oggi avete il suo benaugurante raggio che vi raggiunge dal Leone, vostro amico e protettore. Se siete soli e vi capita un Leone, prendetelo subito, sarete felici. Questo cielo apre nuove possibilità (lavoro, affari) e pure giorni difficili con Venere e Mercurio in Ariete, per collaborazioni e matrimonio. Distendetevi.

Capricorno

Bisogna sempre ricordare che siamo in Ariete fino alla domenica di Pasqua, il Sole è contro, una certa prudenza è richiesta nel lavoro e in affari, disciplina e senso di misura nella salute. Arrivano però aspetti incredibili che vi portano in alto, sulla montagna del successo. Giove (legge, autorità) è presente e importante nella vostra vita, verificate tutto in prima persona. Campioni in amore.

Pesci

Luna in Leone è perfetta per l’attività professionale e affari finanziari, dovete però trattenervi davanti a critiche, contestazioni o esagerate richieste. Chiaramente anche voi non dovete pretendere da chi nulla vi ha promesso. E’ sempre meglio fidarsi della buona stella che vi segue, siete un segno fortunato. Rilassatevi due giorni, lo richiede la salute, a Pasqua avrete stelle di prima grandezza.

Cancro

Può nascere un nuovo successo professionale, non mancheranno soddisfazioni in affari, dipende dalla vostra capacità di concentrazione. Giove e Mercurio vi assistono e procurano facilitazioni, Luna perfetta nel campo dei soldi, positiva sotto il profilo legale. Evitate soddisfazioni non trasparenti, vi possono danneggiare fisicamente e professionalmente. Momento di felicità in amore.

di Marco MolendiniAchille Lauro presenta il nuovo disco: «X Factor? Ancora non so nulla»

Un disco felice e disperato, che luccica di citazioni, brilla di ritmi, brucia come può bruciare la vita di un ragazzo che viene dalla periferia abbandonata: «Le nostre vite ai margini tu non le immagini», canta in Roma, pezzo dedicato alla sua città, e fantastica «voglio una villa come il Colosseo» in Je t’aime, dove duetta con Coez. Achille Lauro, non si fa ammorbidire dal successo, che pure gli è piovuto addosso a 28 anni dopo il Sanremo di Rolls Royce: continua a sognare cabrio, Cadillac, Porsche, Elvis e Jim Morrison, una vita spericolata, evoca Lucifero, suggerisce esistenze perdute e amori disperati : «Finiscimi… tradiscimi… zittiscimi», implora C’est la vie, come titola il singolo che ha anticipato l’uscita del nuovo disco 1969, in cui le chitarre dominano in un zig zag fra punk e hip hop.

Lauro, perché quel titolo: 1969.
«Nel ‘69 ci sono stati lo sbarco sulla luna e Woodstock. È stata per l’umanità l’epoca più importante a livello creativo, un periodo di libertà in cui si facevano dischi che vendono ancora oggi. Rispecchiano tutto ciò a cui mi ispiro. Assurdo, il caso: anche Sanremo, che mi ha dato tanta visibilità e nuova popolarità era alla sua sessantanovesima edizione».

Il successo del Festival l’ha spinta a cambiare qualcosa nel disco?
«Dodici ore dopo la botta di Sanremo ero barricato in studio. Non mi interessava cavalcare l’onda, anche se i pezzi erano lì da almeno un anno e mezzo. Ho sempre lavorato come un operaio, cercando il successo. Mi interessava, però, come all’Ariston, liberarmi dell’etichetta trap. Io sono un outsider, mio fratello chitarrista mi ha fatto fare una full immersion nel punk vecchio e nuovo, ma ascolto tutto dai cantautori ai più giovani interpreti».

Tornando al successo, avrà ricevuto un sacco di proposte: ora viene data per certa la sua presenza a X Factor.
«Sarebbe bello, ma ancora non so nulla. Sarebbe il mio lavoro, visto che come management mi occupo di altri artisti. Comunque non sarà la tv a cambiare la mia vita».

Che è già cambiata molto, grazie alla musica.
«Faccio musica da sempre. A 14 anni vivevo con mio fratello in una comunità di musicisti».

I ricordi della sua vita in periferia sono molto presenti.
«Le mie canzoni sono piccoli racconti, ovviamente Roma, dove sono cresciuto, è protagonista. È una grande città malgestita, ti lascia un senso drammatico di abbandono. Penso a Corviale dove 10, 15 anni fa vennero spostate le persone che vivevano in centro nelle case popolari dicendo rientrerete. Invece sono ancora lì».

Quel senso di abbandono, di disperazione nei suoi pezzi è in forte contrasto con le tante evocazioni del lusso.
«Quei riferimenti sono la voglia di liberarsi delle preoccupazioni, non di arricchirsi».

Ci torna mai nel suo quartiere?
«Ci sono tutti i miei amici. Ma mi dispiace vedere i ragazzi che a 30 anni non hanno nulla in mano, non sanno che fare e poi si fanno cazzate».

Lei, invece, ce l’ha fatta.
«Sono stato fortunato, ma nel mio quartiere sono usciti anche Coez, Noyz Narcos, Gemitaiz. Penso che l’arte in grande misura nasca proprio a Roma, per i suoi malesseri».

Però si è trasferito a Milano.
«Da due anni, per lavoro. La vita a Milano è più frenetica, non c’è quel senso di vuoto».

Superate le polemiche sanremesi su “Rolls Royce”, accusato di essere un inno alla droga?
«Ci sono rimasto male per questa gogna mediatica. È un grosso problema che io conosco bene, ma va affrontato non superficialmente a livello educativo: gli artisti non sono educatori».

C’è grande attesa per questo disco.
«Quello che deve arrivare arriverà. Ma penso soprattutto ai concerti, la dimensione rendo di più. Saranno un evento. Queste canzoni nascono per il live e la musica è fatta per essere cantata con la gente».

Zanzibar, 15 cose da fare assolutamente nell’isola della Tanzania di Francesca Spanò

Il mare color Tiffany crea un contrasto perfetto con gli abiti di ottimo cotone africano dai toni caldi dell’arancio, del giallo e del rosso. E poi il fenomeno delle maree, le stelle marine rosso scuro oggetto di indiscriminati selfie e le onnipresenti palme verdi a far da sfondo a tutte le foto. Siamo abituati a un’immagine classica quanto perfetta della deliziosa Zanzibar, location paradisiaca per gli sposi in luna di miele, per le famiglie in cerca di relax o per chi desidera scoprire il contatto più vero con un continente che incanta.

Eppure come tutte le destinazioni idilliache va vissuta con calma e scoperta negli scorci meno turistici, per poter dire di essere riusciti a catturare quell’attimo che resterà per sempre imprigionato nell’angolo più profondo del cuore. Non è il caso dunque di affannarsi per vederne ogni centimetro, l’ansia impedirebbe di vivere al meglio la prima attività: quella di dedicarsi al dolce far niente sulla spiaggia. In più, costringerebbe a perdere anche la seconda: quella di iniziare una serie di tour in fai da te dal sapore romantico, avventuroso, fuori dal tempo e unico. A ognuno il suo giro, insomma, l’importante è che sia organizzato in versione slow.

Le esperienze a Zanzibar che proprio non puoi perdere

La gita in dhow a vela triangolare: fa parte delle imbarcazioni tipiche del luogo, una vera icona nautica dell’Africa orientale. Se è vero che sempre più spesso queste vengono sostituite da modelli più moderni, è sicuro che per lo scatto perfetto non c’è storia. E in più permettono di fare un salto nel tempo e vivere la traversata in versione tradizionale. Il momento migliore? Di solito al tramonto, per chiudere la giornata ipnotizzati dalle onde, sorseggiando una bevanda rinfrescante.

Mangiare pesce a Unguja: inutile dire che è sempre freschissimo e appena pescato, ma la vera delizia è rappresentata dalla cucina swahili che riguarda la maggior parte dei locali presenti in zona. Mescola, infatti, il meglio delle tradizioni africane con quelle arabe, indiane e dell’Estremo Oriente. Da provare assolutamente.

Il tour delle spezie: a Zanzibar è comune visitare le fattorie dove la produzione è affidata alle famiglie. Qui sarà possibile prima di acquistare eventualmente, toccare, annusare e provare tutte le specialità presenti e portarle a casa per ricordare i piatti assaggiati o per insaporire i propri.

Una passeggiata a Stone Town: Africa e Oriente si mischiano perfettamente in un dedalo di strade tipiche e suggestive. Tra vicoli, dimore e palazzi decadenti, ci si sente immersi in una realtà parallela ma altrettanto ipnotica.

Snorkeling e immersioni che passione: le acque sono cristalline e i pesci tropicali non si contano, ovvio che vederli da vicino è un’emozione che non ci si può lasciare sfuggire in ogni caso.

Alla ricerca dei delfini nel mare blu: allontanadosi dalla riva, nelle acque protette della riserva marina della baia di Menai, la sorpresa di queste creature guizzanti può essere dietro l’angolo.

Accarezzare le tartarughe giganti: è d’obbligo consigliare di fare attenzione, visto che non sono proprio docili. In ogni caso, nell’isola di Changuu (o Prison Island) vivono queste creature lontane parenti dei dinosauri.

Tintarella al sole: dedicare qualche ora al relax in spiaggia è normale. Questo è il paradiso di distese di sabbia bianca come cipria e acque turchesi, ma attenzione al sole che essendo molto forte, qui scotta.

Escursioni nella foresta: nello specifico in quella di Ngezi, la più interessante dell’isola di Pemba, il posto perfetto per lasciarsi incantare tra latifoglie, rampicanti e radure sacre, abitate da gufi e scimmie.

La scoperta delle rovine medievali: la storia di Zanzibar sorprende a volte ed è così che si trovano anche fortezze risalenti all’epoca d’oro della civiltà mercantile swahili.

Un tour fino a Nungwi: cittadina molto vivace e amata, ormai è abbastanza turistica ma non mancano i ristoranti di pesce fresco, un vero acquario marino naturale e tramonti da cartolina.

Alla scoperta di Forodhani Gardens: si tratta del mercato alimentare serale di Stone Town sul lungomare, dove provare una varietà innumerevole di pesce in una magica atmosfera lunare.

Ritrovare le celle degli schiavi a Stone Town: si tratta di galere sotterranee dove gli schiavi venivano ammassati prima del giorno del mercato e della possibile vendita.

Mercato di Stone Town: dove trovare di tutto, dagli alimenti alla tecnologia.

La foresta di Jozani: una selva primordiale fresca e umida dove avvistare tante specie colorate, a partire dai camaleonti.

Trasmissioni della domenica

buongiorno e buona domenica!
gli appuntamenti di oggi.
mattino:
dalle 10:00 alle 12:00, buongiorno domenica, insieme ad anto!
le tue dediche e le tue richieste.
linea telefonica: 079. 95. 46. 596.
whatsapp: 349. 54. 35. 267.
pomeriggio:
dalle 16:00 alle 17:00, disco latino chart, insieme a davide dabby.
la classifica delle 15 canzoni latino americane e caraibiche più suonate e ballate della settimana.
sera:
dalle 21:00 alle 23:00, talk show, dolce alice live, insieme a max belle.
trasmissione con ospiti e tanta buona musica.
per ascoltare queste e tante altre trasmissioni:
http://www.sandaliaim.altervista.org
o scaricando l’app gratuita di sandalia,
dallo store di google play e apple store,
cercando sandalia, isola meravigliosa.
p.s: scaricando l’app, potrete ricevere una notifica di quando la trasmissione è in onda!
buon ascolto e buona musica dallo staff di sandalia, isola meravigliosa.

Sandalia Isola meravigliosa

buon sabato e buon weekend.
appuntamenti di oggi:
ore 16:00, disco latino chart insieme a davide dabby
la classifica delle 15 canzoni latine e caraibiche più ascoltate e ballate.
dalle 17:00 alle 19:00, cartoon style insieme ad anto
le sigle tv dei cartoni animati che hanno fatto grandi i piccoli.
dalle 21:00 alle 23:00, talk show-asta la vista insieme a gerry longo
gli ospiti della serata parleranno di se e di ciò che fanno.
per ascoltare queste trasmissioni e tante altre:
http://www.sandaliaim.altervista.org
o scaricando l’app gratuita di sandalia,
dallo store di google play e apple store,
cercando sandalia, isola meravigliosa.
p.s: scaricando l’app, potrete ricevere una notifica di quando la trasmissione andrà in onda.
buon ascolto e buona musica.
lo staff di sandalia, isola meravigliosa.

Era Una Vita Che Ti Stavo Aspettando Francesco Renga

Se fossi tu,
al posto mio
ad osservarti appena ti alzi e ti muovi
e con le mani ti accarezzi i capelli.
Se fossi tu
chissà se riusciresti,
ad indossare per un’ora i miei occhi
e a fissarti fino a che non ti stanchi.
Ah, ma quanto pesa l’anima?
Pochi grammi soltanto,
ma i più pesanti che un uomo ha.
Guardo il cielo sopra la città che sta morendo,
penso che forse non te l’ho mai detto,
ma era una vita che ti stavo aspettando.
Perché non solo sei bellissima,
ma la più bella del mondo.
Mentre ti guardo sognare io penso:
era una vita che ti stavo aspettando.
Stringimi adesso.
E se fossi tu l’unico rimedio
per non cadere dentro i soliti errori
che ogni volta non riusciamo a evitare
Ah, ma quanto pesa quest’anima?
Pochi grammi soltanto,
ma i più pesanti che un uomo ha.
Guardo il cielo sopra la città che sta morendo,
penso che forse non te l’ho mai detto,
ma era una vita che ti stavo aspettando.
Perché non solo sei bellissima,
ma la più bella del mondo.
Mentre ti guardo sognare io penso:
era una vita che ti stavo aspettando.
Stringimi adesso,
stringimi adesso,
stringimi adesso.
Guardo il cielo sopra la città per cercare il paradiso
e poi lo trovo lì sopra il tuo viso
mentre ridi prendendomi in giro.
E sei fantastica anche quando sei incazzata con il mondo,
mentre ti guardo sognare io penso:
era una vita che ti stavo aspettando.
Stringimi adesso.
Stringimi adesso.
Stringimi adesso.
Stringimi adesso.

Citazione del giorno

Non smettere mai di chiederti il perché delle cose, il perché la gente cambi, le parole feriscano e i gesti schiaffeggino l’anima. Non chiudere mai la tua curiosità dentro qualche tasca dispersa, i tuoi sogni in un cassetto e il tuo cuore in un forziere di cui perderai le chiavi. Sii te stessa comunque vada. Resta in piedi. Sii coraggiosa quanto il tuo cuore. E se qualcosa si chiude, non forzarla. Si aprirà a te altro di più grande e dentro al cuore.- Antonella Coletta

Barzellette

Marito e moglie in su con l’età vanno al ristorante.

L’uomo ordina: Per me prima un brodino e poi una bistecca ai ferri per piacere.

Poi ordina la moglie: Io invece vorrei prima una bistecca ai ferri e poi un brodino, grazie.

Il cameriere è un po’ perplesso e chiede: Scusate signori, ma perché non ordinate insieme le stesse cose?

I due signori fanno un sospiro e rispondono: Bisogna fare i turni figliolo, abbiamo una dentiera in due…

Amido di riso

Azione antinfiammatoria, lenitiva, detergente, calmante e rinfrescante, utile in caso di pelle sensibile sia per adulti che per bambini piccoli, di aiuto in caso di pruriti, dermatite, punture di insetto, irritazioni causate da depilazione e rasatura, agisce anche come shampoo a seccoEcco un antico rimedio del tempo delle nostre nonne, l’amido di riso. L’amido di riso si presenta come una polvere bianca finissima ottenuta dal riso, Oryza sativa, appartiene alla classe dei carboidrati e, oltre all’uso in cucina come addensante, ha anche proprietà molto utili e interessanti in campo cosmetico. Infatti questo rimedio risulta lenitivo, antinfiammatorio, calmante, idratante, detergente e rinfrescante, da applicare sulla pelle, anche la più sensibile, in caso di arrossamenti, irritazioni e pruriti. L’azione è molto delicata e l’amido di riso si presta ad essere utilizzato per trattare la pelle dei bambini, per esempio puoi aggiungere poco amido all’acqua del bagnetto. Ma l’amido di riso è anche un rimedio in caso di irritazioni causate dalla rasatura o dalla depilazione, pruriti provocati da punture di insetti, pelle del viso arrossata, dermatiti, orticaria e scottature. Porta ad ebollizione una tazza di acqua, togli quindi dal fuoco e aggiungi un cucchiaio di amido, mescola e lascia intiepidire. Poi immergi delle garze e applicale sulla zona da trattare, in alternativa puoi aggiungere l’amido di riso direttamente al pediluvio o all’acqua del bagno per rendere la pelle morbida e per sfiammarla. È anche possibile preparare una maschera per il viso, versa due cucchiai di amido di riso in una ciotola e aggiungi tanta acqua quanta è richiesta per ottenere una miscela omogenea, stendi la maschera e lascia in posa dieci minuti, poi sciacqua. Infine, è possibile utilizzare l’amido di riso anche come shampoo a secco di emergenza. Distribuisci un po’ di amido di riso sulle radici dei capelli massaggiando velocemente in modo che possa assorbire il sebo in eccesso, poi spazzola bene.

Linguine allo scoglio

Sa di mare e brezza salmastra questo piatto gustoso e anche molto sano! Le linguine allo scoglio uniscono i carboidrati a lento assorbimento della pasta integrale, capaci così di evitare i pericolosi picchi glicemici, e le proteine, i minerali, tra cui il selenio, potente antiossidante e immunostimolante, e gli acidi grassi protettivi del cuore dei frutti di mare. A rendere questo piatto un concentrato di salute anche i pomodorini, ricchi di licopene, utili a combattere i radicali liberi.

Ingredienti
320 grammi di linguine integrali di grano duro
600 grammi di vongole con il guscio
800 grammi di cozze con il guscio
8 mazzancolle
200 grammi di pomodorini
Mezzo spicchio di aglio
1 cucchiaio di prezzemolo tritato
Mezzo bicchiere di vino bianco
Peperoncino giallo piccante
Olio evo
Sale marino integrale

Pulisci le cozze e le vongole sotto l’acqua corrente raschiando i gusci. In una larga padella versa un filo d’olio e aggiungi mezzo spicchio di aglio tritato. Fai scaldare e aggiungi cozze e vongole, mescola e lascia sul fuoco fino a quando si saranno aperte. Togli qualche guscio di vongole e cozze rimuovendo il mollusco e rimettendolo in padella. Aggiungi il prezzemolo tritato, qualche fettina di peperoncino fresco e le mazzancolle sgusciate. Sfuma con il vino bianco e fai cuocere per 5 minuti. Aggiungi i pomodorini tagliati a metà o quarti, mescola e cuoci per 2 minuti. Togli dal fuoco. Nel frattempo lessa la pasta in abbondante acqua salata. Quando mancano 3-4 minuti al termine della cottura rimetti il sughetto sul fuoco. Scola la pasta al dente e versala nella padella con il sugo di pesce. Aggiungi un mestolo dell’acqua di cottura della pasta. Mescola e servi.

I DOODLE DI GOOGLE

Yuri Gagarin nello spazio: «Girando attorno alla Terra, nella navicella, ho visto quanto è bello il nostro pianeta. Il mondo dovrebbe permetterci di preservare ed aumentare questa bellezza, non di distruggerla!» Così commentò ai giornalisti Jurij Alekseevič Gagarin dopo la sua impresa senza precedenti: il primo volo umano nello spazio e il primo uomo ad orbitare intorno alla Terra. Scelto tra i venti migliori piloti dell’aeronautica russa, il suo lancio a bordo del razzo Vostok avvenne la mattina del 12 aprile 1961, dal Cosmodromo di Bajkonur (lo stesso dello Spuntik), nella steppa del Kazakistan. Dopo un volo spaziale di 88 minuti ritornò sulla Terra incolume, paracadutandosi dalla navicella. Accolto come un eroe nazionale, sette anni dopo morì in un tragico incidente aereo. Nel 2007, a 46 anni esatti dallo storico lancio, Google ha reso omaggio all’impresa di Gagarin con un doodle globale.

PAROLE E MODI DI DIRE

Nuovo di trinca: La locuzione “nuovo di trinca” è sinonimo di nuovissimo, appena fatto, nuovo di zecca.
L’origine è antica, trinca è un termine marinaro, deriva dallo spagnolo trinca o trinica che vuol dire “unione di tre”, “legatura triplice”, indica una triplice legatura molto resistente che impone l’utilizzo di funi in perfetto stato, quindi quasi nuovissime.,

NATI… SPORTIVI

1979 – Diego Confalonieri (40 anni fa): Nato a Bresso (in provincia di Milano), è un ex schermidore della specialità della spada, ora allenatore.
Ha vinto il bronzo alle Olimpiadi di Pechino 2008 nella gara di spada a squadre. Nei Mondiali 2007, a San Pietroburgo, ha conquistato l’argento nella prova a squadre e il bronzo in quella individuale. In tre edizioni degli Europei (2003, 2006 e 2008) è arrivato terzo nella gara a squadre.

NATI IN QUESTO GIORNO

1959 – Aleandro Baldi (60 anni fa): Noto cantautore italiano, Aleandro Civai, in arte Baldi, nasce a Greve in Chianti, in provincia di Firenze. Non vedente dalla nascita, da bambino trascorre diversi anni in un istituto per ciechi, come egli stesso ha scritto nel libro autobiografico Il sole dentro.

La carriera artistica inizia nel 1986, quando viene scoperto dal produttore discografico Giancarlo Bigazzi. Partecipa, nella “Sezione giovani”, al Festival di Sanremo con la canzone “La nave va”, da lui stesso composta e arrangiata, e si classifica secondo. Con l’omonimo album di esordio Baldi inizia a conquistare i favori del pubblico e trionfa, sempre nella sezione giovanile, a “Un disco per l’estate”.

La consacrazione come uno dei migliori cantautori italiani arriva nel 1992 quando, in coppia con Francesca Alotta, vince la categoria “Nuove Proposte” della rassegna canora sanremese con Non amarmi: brano che rimarrà primo in classifica per dodici settimane.
Sempre nel 1992 vince anche “Un disco per l’estate” e il “Cantagiro”, imponendosi col brano Il Sole.

Nel 1994, tornato sul palco dell’Ariston tra i “Campioni”, con la canzone Passerà si piazza al primo posto della classifica finale, conseguendo quel successo a lungo cercato. Dopo diverse esibizioni e partecipazioni a rassegne canore, Baldi decide volontariamente di allontanarsi per un po’ dal clamore.

Intanto, nel 2000, la versione spagnola di “Non Amarmi”, interpretata da Jennifer Lopez e Marc Antony, vende 8 milioni di copie, dando all’artista toscano popolarità a livello internazionale. Un consenso che lo invoglia, nel 2002, a pubblicare la raccolta “Il meglio e il nuovo”. Nel 2005, inoltre, il quartetto “Il Divo” rivisita “Passerà” e scala tutte le classifiche del mondo con oltre 3 milioni di album venduti.

Nel 2007, decide di rimettersi in gioco con l’album “Liberamente tratto”, che sarà ispiratore anche di un nuovo tour nazionale. Due anni dopo riceve il Premio Mia Martini Speciale «per avere portato la musica italiana nel mondo».

ACCADDE OGGI

1961 – Bob Dylan debutta in pubblico (58 anni fa): Da un anonimo locale della Grande Mela alla ribalta mondiale, viaggiando tra folk, poesia, arte e impegno sociale. Si può riassumere così la scalata al successo del “menestrello di Duluth”, al secolo Bob Dylan.

Come spesso accade nelle storie dei “grandi”, il racconto comincia da una famiglia di umili origini. Quella di Robert Allen Zimmerman proveniva dalla Lituania, da dove era fuggita per scampare alla persecuzione antisemita, trovando dimora a Duluth (una cittadina del Minnesota). Qui il giovane Robert scopre la sua passione per il rock, nel mito di Little Richard ed Elvis Presley. Presto la sua sete di poesia e spiritualità lo porta a cambiare genere, trovando pieno appagamento nel folk.

Come lui stesso rivelerà più tardi, le “canzoni popolari” (anche dette folk) «sono colme di disperazione, di tristezza, di trionfo, di fede nel sovrannaturale, tutti sentimenti molto più profondi». È la musica che più si confà al suo animo inquieto e con quella sale per la prima volta su un palco, imbracciando la chitarra acustica. Tutto ciò accade a New York, dove si trasferisce nel 1961 inseguendo l’idolo Woody Guthrie.

Come tante giovani promesse subisce il fascino del Greenwich Village, quartiere simbolo della cultura bohémien americana che si ritrova nei tanti locali e pub mal frequentati della zona. In uno di questi, esattamente il Gerde’s Folk City, il 19enne Robert fa il suo debutto in pubblico. È la sera dell’11 aprile, quando il proprietario del locale, un italoamericano di nome Mike Porco, gli concede di fare da “apri concerto” per il bluesman John Lee Hooker.

Nessuno dei presenti sospetta minimamente che quel ragazzo esile e dalla voce gracchiante è destinato a diventare, di lì a qualche anno, un mito della musica. L’anno seguente segna un cambiamento decisivo nella sua vita: cambia nome al tribunale in Robert Dylan e pubblica il primo album con lo pseudonimo che lo accompagnerà per tutta la carriera: Bob Dylan. L’accoglienza del pubblico è freddina e le vendite si risolvono in un mezzo flop.

Tutt’altro copione gli riserva il secondo album, The Freewheelin’ Bob Dylan, edito nel maggio 1963. Con esso l’artista si accredita come interprete e soprattutto come autore presso famosi artisti come Joan Baez, che lo vuole accanto a sé nei concerti e per un periodo anche nella vita sentimentale. Sono gli anni del malcontento giovanile verso la politica aggressiva degli USA, che dal clima destabilizzante della guerra fredda porterà agli orrori del Vietnam. Dylan si fa portavoce di questo sentimento e la celebre Blowin’ in the Wind ne diventa il manifesto ideologico.

Dalla battaglia per i diritti civili al rifiuto della guerra, la sua musica influenza generazioni di giovani e di colleghi, sempre nel segno del’anticonformismo. Parallelamente i suoi dischi registrano vendite da record: circa 70 milioni di copie vendute in mezzo secolo di carriera, raccontata attraverso 34 album in studio, 13 live, 14 «best of», e un mix di generi che va dal country al rock, passando per la musica popolare inglese, scozzese ed irlandese.

Dicono molto di lui i numerosi riconoscimenti: 40 dischi di platino, altrettanti d’oro e sette d’argento; 11 Grammy; un Oscar e un Golden Globe per la colonna sonora del film Wonder Boys (2000). Stimato come un intellettuale a tutto tondo, in grado di anticipare le tendenze culturali di ogni epoca, Dylan è stato più volte tra i candidati al Nobel per la Letteratura.

Nel 2015 la rivista Rolling Stone lo celebra come il “più grande cantautore di tutti i tempi”, l’anno seguente arriva il massimo riconoscimento del Nobel per la letteratura, assegnatogli dall’Accademia svedese per il merito di «aver creato nuove espressioni poetiche nella grande tradizione della canzone americana».

Vergine

Può succedere che in un mattino di aprile arrivi all’improvviso qualcosa che rende più luminoso tutto, senza escludere un colpo di fortuna. Un’apertura interessante per le questioni abitative, proprietà vicine e lontane. Luna comincia a splendere nel settore degli incontri, nuove intese, viaggi. Primo quarto nasce in un punto felice anche per l’amore che ritrova poesia e abbandono.

Toro

Non male gentile Toro. Rallegratevi di questa Luna crescente in Cancro, muove gli affari, come piace a voi. Il patrimonio cresce, nuove rassicurazioni nel lavoro, slancio per le attività autonome, specie medici, artisti, ministri. Regolarità nei guadagni e nella loro ricerca con mezzi sicuri e semplici. Venere porta nuove storie a chi è solo, rende meraviglioso l’amore. Fortuna.

Bilancia

Avete calcolato così bene i rischi che non dovrebbero esserci intoppi seri nel lavoro, ma è una specialità della Luna in Cancro riportare a galla situazioni passate. Cercate di non ripetere gli errori. Siete però tornati ad ammirarvi allo specchio, buon segno. Primo quarto può disturbare la salute, ma lancia segnali positivi all’amore, fine settimana di ritrovata passione. Aspettate in riva al mare.

Cancro

Arriva nel segno la vostra Luna più bella, inizia a crescere fino al primo quarto di domani sera, fase benaugurante per qualsiasi nuova iniziativa nel lavoro, affari, famiglia e amore. Spesso procura nuovi amori per la vita, ma questo dipende da influssi che forma con altri pianeti nel vostro caso è splendido il trigono con Venere in Pesci, qualcosa accadrà. Spinta energica nel lavoro. Viaggi ok.

Sagittario

Quell’attimo di smarrimento che ha segnato l’ultimo periodo professionale, diciamo dal 10 febbraio, inizia a cedere il posto a un ritrovato vigore creativo, annunciato da Luna passata in Cancro, segno dove assume caratteristiche di prossima rinascita. Ma se le questioni sono molto importanti e decisive per il futuro di tutta la famiglia, attendete Pasqua. Seguite le cure prescritte.

Scorpione

Tutto ciò che è nuovo vi porta bene, giorno fortunato per lavoro e affari, Luna inizia la fase primo quarto nel lontano Cancro, vuol dire che potrete trovare occasioni anche fuori dal solito ambiente. Comunque sono positive le notizie che arrivano da lontano, da parenti, figli, amici. Anche un viaggio potrebbe essere occasione di nuova fortuna. Siete apprezzati dalle stelle. Avrete più soldi.

Leone

Questa Luna che inizia a crescere in Cancro, sabato arriva da voi, luminosa e splendente, in trigono con Sole e Giove cominciate a preparare un evento. Ma che sia grande e che offra una base per il futuro nel lavoro, affari. E’ il vostro momento se volete allargarvi, guadagnare. Luna pure intimista, avete dato abbastanza attenzioni a coniuge, famiglia, amici? Giove ripaga generosità e altruismo.

Pesci

Da un giorno all’altro, Luna cambia, ma la gente non si ricorda di questa particolarità, quando è negativa sembra infinitamente lunga, quando è positiva sembra possa durare per sempre. .. Oggi e domani nessuna incertezza, Luna primo quarto è la vostra fortuna. Andate contro tutti, o quasi, pur di ottenere ciò che vi spetta. Il colpo davvero grande lo avrete in amore e in famiglia. Tanto amati.

Capricorno

Accade sempre con Luna in opposizione che poi significa matrimonio e collaborazioni, la situazione diventa confusa, contrastante, o nascono nuove intese. Possibilità che si presenta a persone che vivono una stagione di attesa, ricerca, voglia di cambiamento totale. Tutto avverrà spontaneamente. Rilassatevi. Due giorni per verificare la situazione familiare, controllo salute.

Gemelli

Raffinate il senso diplomatico, allargate la sfera di interessi, sollecitate contatti che ritenete utili per il vostro lavoro che deve essere rinnovato e arricchito in qualche modo. Nei momenti di nervosismo e attesa il futuro appare come un mare lontano ma è molto più vicino di quanto immaginate. Oggi e domani Luna cresce nel campo dei soldi Marte nel segno annuncia amore.

L’ARIETE TROVA LO SPRINT,

Buongiorno, Ariete! Grande giorno, grande Luna. Nasce nuova nel vostro segno intorno alle 17, ma l’influsso positivo per la vostra attività e la famiglia inizia già in mattinata e prosegue nei prossimi giorni. Stabilite i contatti che vi sembrano opportuni per il vostro avanzamento, avviate attività e progetti che più vi stanno più a cuore, potete contare sulla fortuna. Sposatevi, andate alla ricerca dell’amore, a Pasqua sarete felici. Auguri.

Acquario

Strane malattie in amore, dovete vincere la battaglia tra ragione e istinto, c’è ben poco da ragionare quando Marte impazza nel segno delle vostre passioni. Sposate quell’uomo, quella donna, sono arrivati al momento giusto, portati da Giove in Sagittario. A questo pianeta dovete anche il successo professionale, oggi affari superfavoriti anche da Luna crescente in Cancro. Anche i soldi crescono.

Dai rottami di un aereo nascono poltrone e tavolini per la casa di Giampiero Valenza

Con i rottami di un aereo si possono fare i mobili per una casa. Si chiama “A piece of sky” (Un pezzo di cielo) ed è una iniziativa per dare una seconda vita ai pezzi degli Airbus in dismissione. Così ali, musi, finestrini e staffe di montaggio diventano pezzi di design. Sono ventidue, finora, i prototipi realizzati.

Il muso dell’A350 in vetroresina è stato trasformato in una poltrona grazie alla designer parigina Christelle Doutey. Costo: 7000 euro. “Questo oggetto è caro perché è un pezzo unico, ma il nostro desiderio è quello di utilizzare pezzi meno rari per produrre mobili a prezzi abbordabili”, spiega Jeremy Brousseau, co-fondatore della start-up ‘A piece of sky’, al quotidiano francese La Depeche.

Il primo catalogo sarà online a partire dal 15 aprile sul sito http://www.apieceofsky.com. Ci saranno pezzi unici che costeranno diverse migliaia di euro e una gamma di prodotti più comuni tra gli 800 e i 1000 euro. Costa poco meno di 800 euro un tavolino realizzato grazie a un finestrino.

Le consegne di mobili e oggetti inizieranno a gennaio 2020. E le materie prime, sicuramente, non mancheranno: secondo alcune stime nei prossimi 20 anni saranno 12.000 gli aerei finiranno il loro servizio, di cui la metà è di Airbus.

meditazione del giorno 10 aprile 04 2019

meditazioni quotidiane
10 aprile
La vita è ciò che tu ne fai. Perché non riconoscere il lato migliore di ogni situazione ed apprezzarlo pienamente, indipendentemente da dove ti trovi e da ciò che fai? Non sprecare mai tempo ed energie nel desiderare di essere altrove e di fare cose diverse. Forse non sempre capirai il motivo per il quale ti trovi in un certo luogo, ma puoi stare certo che è per un’ottima ragione e che c’è sicuramente una lezione da imparare. Non opporti, ma scopri questa lezione e imparala in fretta, in modo da poter avanzare. Non vorrai certo rimanere sempre allo stesso punto, vero? Cessando di opporre resistenza, accettando semplicemente le lezioni che è necessario imparare e prendendole così come vengono, la vita ti sembrerà molto più facile e per di più ti accorgerai di amare i cambiamenti. Una pianta non oppone resistenza alla crescita e al cambiamento; essa vi si adatta con naturalezza e si schiude alla perfezione. Perché non fai altrettanto?
[da: “Eileen Caddy

Torta di mele di Sant’Orfeo

Torta di mele di Sant’OrfeoVi proponiamo la ricetta della torta di mele di Sant’Orfeo, un dolce dalla consistenza insolita e golosa, molto ricco di frutta e poco d’impasto, profumato alla cannella. Una torta facile da realizzare, ottima a merenda ma anche come dessert alternativo e un po’ rustico per il dopo cena con gli amici.

ESECUZIONE RICETTA
FACILE

TEMPO PREPARAZIONE
15 MIN

TEMPO COTTURA
60 MIN

PORZIONI
6-8 PORZIONI
INGREDIENTI
• 5 mele renette
• 1 pera
• 150 g di burro
• 6 cucchiai colmi di farina
• 6 cucchiai colmi di zucchero
• 3 uova
• 150 g di uvetta
• 1 bustina di lievito per dolci
• latte
• cannella in polvere
INTRODUZIONE
La torta di mele di Sant’Orfeo è una specialità regionale umbra, la classica torta casalinga, dal sapore un po’ vintage. Si tratta di un dolce la cui caratteristica principale è la consistenza: essendo molto ricca in frutta, contiene infatti 5 mele, una pera e abbondanteuva passa, risulta morbidissima e molto umida. È ottima tiepida, appena fatta tanto quanto dopo un paio di giorni.
 
Le sue caratteristiche la rendono in un certo senso simile a un’altro dolce ricco di frutta e con poco impasto: la Torta invisibile di mele.
 
La varietà di mele ideale per la preparazione della torta di Sant’Orfeo è la renetta appena acidula all’inizio, ma dolce e aromatica nelle note di fondo. Particolarmente adatta in cucina, anche in accompagnamento alla carne, è perfetta per i dolci. Alcuni esempi sono l’originale Torta di mele e quinoa, la Sfogliata alle mele renette o la Torta alle due mele.
 
COME PREPARARE: TORTA DI MELE DI SANT’ORFEO
Preparazione Torta di mele di Sant’Orfeo – Fase 1
Preparazione Torta di mele di Sant’Orfeo – Fase 1
1
Iniziate la preparazione della torta di mele di Sant’Orfeo sbucciando mele e pera e tagliandole a cubetti. Su una casseruola d’acqua quasi a bollore, appoggiate una ciotola e lasciatevi fondere il burro.
Fase 2
2
Mescolando continuamente unite la farina, un cucchiaio alla volta, e lo zucchero. Quando saranno ben amalgamati togliete la ciotola dal fuoco e unite le uova, anch’esse una alla volta, mescolando bene con una spatola per incorporarle perfettamente. Aggiungete quindi l’uvetta, che avrete precedentemente fatto rinvenire in acqua tiepida, ben strizzata.

  • Fase 3
    3
    Aggiungete i cubetti di frutta, un pizzico di cannella e, per ultimo, il lievito diluito con poco latte tiepido.
  • Fase 4
    4
    Mescolate bene e trasferite il tutto in uno stampo con cerniera amovibile, dal diametro di circa 23 cm, imburrato e foderato con carta forno. Cuocete in forno, preriscaldato a 170°, per 1 ora. 
    5
    Sfornate il dolce e lasciatelo intiepidire prima di sformarlo. Servite la torta di mele diSant’Orfeo leggermente tiepida o fredda, a piacere.

sandalia isola meravigliosa

ciao buon pomerigio, siamo quì per ricordarvi alcuni appuntamenti che andranno inonda durante la giornata,dalle 17.00 alle 18.00, “My Rock & Soul”, Insieme Ad Enrico Gallotta, (Tutta La Musica Rock e Soul)
dalle 18.00 alle 19.00, “Favolandia”, Insieme A Dany, (Le Favole Audio E Non, Lette dallo Speaker, contornate da canzoni dello zecchino d’oro )
dalle 19.00 alle 21.00, “No Stop Music”, (selezione musicale senza interruzione)
dalle 21.00 alle 23.00, “Polvere Di Stelle”, Insieme A Cesare, (Lo Speaker atraverso le canzoni, vi aprirà un mondo) per ascoltare tutto ciò basta che vi collegate su:www.sandaliaim.altervista.org oppure scaricate l’app da google play oppure apple cercando sandalia isola meravigliosa buon ascolto a tutti dallo staff

Chiusi In Un Miracolo Cesare Cremonini

Vorrei stare tutto il tempo
sotto un albero di mele con te,
tutto il giorno così…
Sarò sincero nel dirti quante volte
ho pensato di rilassarmi con te,
… e parlando del più e del meno
far cadere gli occhi sul tuo seno,
senza un perché…
Nudi accarezzandoci sempre,
nudi accarezzandoci un po’,
graffi e morsi sulla pelle:
chiusi in un miracolo!
Chiusi in un miracolo, chiusi in un miracolo…
Chiusi in un miracolo!
Io lavoro, tutto il giorno e quando torno a casa,
stanco da te,
vorrei le tue caramelle…
Io con loro non ci esco, voglio solamente stare con te,
in una notte di stelle…
Nudi accarezzandoci sempre,
nudi accarezzandoci un po’,
graffi e morsi sulla pelle,
chiusi in un miracolo!
Chiusi in un miracolo,
chiusi in un miracolo…
Chiusi in un miracolo!
Dimmi di no, che non hai altro al mondo,
che non ce n’è bisogno,
sei tu la notte e il giorno:
non mi svegliare non voglio
tornare nel mio mondo…
Chiusi in un miracolo,
chiusi in un miracolo…
Chiusi in un miracolo,
chiusi in un miracolo…

Pancakes al caffè

Per realizzare i Pancakes al caffè, comincia preparando la crema al cioccolato per la guarnizione: in una ciotolina di metallo posta su di una pentola con acqua in ebollizione fai sciogliere 150 g di cioccolato fondente tritato assieme a 100 ml di panna fresca liquida, fino a quando il composto sarà liscio e ben amalgamato. Togli la crema dal calore e trasferiscila in una ciotola o una piccola caraffa, quindi lasciala intiepidire

Procedi con la preparazione della pastella per i pancakes al caffè, mescolando 150 ml di latte assieme a 50 ml di caffè freddo e 1 cucchiaino colmo di caffè solubile in polvere, fino a quando quest’ultimo sarà completamente disciolto.

Separa i tuorli dagli albumi di 2 uova e mettili in ciotole separate, poi sbatti con le fruste elettriche i due tuorli con 40 g di zucchero semolato, fino ad ottenere un composto liscio, gonfio e di color giallo pallido.

In una ciotola a parte setaccia 140 g di farina 00 assieme a 5 g di lievito vanigliato per dolci e 1 pizzico di sale, quindi aggiungi poco alla volta questo mix secco al composto di tuorli e zucchero, mescolando bene con una frusta a mano.

Aggiungi ora la miscela di latte e caffè e mescola ancora con la frusta in modo da ottenere una pastella liscia e priva di grumi.

Per finire monta a neve ferma gli albumi con le fruste elettriche e incorporali al composto, mescolando bene con una frusta a mano o una spatola ed effettuando movimenti circolari dal basso verso l’alto per non smontare il composto.

Ora passa alla cottura dei pancakes al caffè: ungi con un pochino di burro una padella antiaderente ben calda e versa un mestolino di pastella, quindi lascia cuocere il pancake fino a quando vedrai che si formeranno dei buchetti e delle bollicine sulla superficie: questo è il segnale che puoi girare il pancake dall’altra parte e proseguire la cottura fino a quando sarà dorato da entrambi i lati.

Per questo genere di preparazioni che richiedono un calore costante e una superficie perfettamente antiaderente, personalmente utilizzo spesso una padella come questa https://amzn.to/2OJImPf in rame con la superficie rivestita di materiale antiaderente.

Man mano che sono pronti, metti i tuoi pancakes al caffè nei piatti da portata e procedi in questo modo fino ad esaurimento della pastella. Alla fine, in base a quanto li hai fatti grandi, potrai ottenere 10-12 pancakes piccolini o 6-8 più grandicelli.

Una volta pronti, servi i pancakes al caffè in tavola, completandoli con un po’ della crema al cioccolato e panna.

Personalmente trovo che questa versione sia deliziosa, ma se preferisci sapori meno particolari, puoi preparare la versione basic, se così si può dire, seguendo la ricetta Pancakes classici, oppure quelli senza uova, con la ricetta Pancakes senza uova o ancora la variante senza glutine, seguendo la ricetta Pancakes di riso, ma volendo potresti fare dei pancakes più leggeri, a base di ricotta seguendo la ricetta Pancakes alla ricotta o, al contrario, una golosissima versione ripiena di Nutella, con la ricetta Pancakes ripieni di Nutella o propendere per la rivisitazione scrocchiarella al limone con i semi di papavero, seguendo la ricetta Poppyseed pancakes o per finire, la variante al grano saraceno, con la ricetta Pancakes al grano saraceno e miele.

PAROLE E MODI DI DIRE

A lume di naso: Deriva dall’espressione latina “lumine nasus”, è utilizzata per indicare un atto di intuizione, un’azione suggerita dall’istinto, senza disporre di dati certi. E’ sinonimo di approssimativamente, a grandi linee, sommariamente, all’incirca.
L’espressione utilizza due sensi normalmente distinti, la vista (lume) e l’olfatto (naso), per indicare una percezione immediata.,

meditazione del giorno 9 aprile 2019

meditazioni quotidiane
9 aprile
Non si può costruire un tempio imponente senza solide fondamenta. Non potete costruire il nuovo cielo e la nuova terra senza amore, amore gli uni per gli altri e amore per Me. L’amore nasce e si sviluppa dalle piccole cose della vita. Spargi semi d’amore ovunque tu vada, e guardali crescere, fiorire e prosperare. Alla fine, i semi d’amore fioriranno anche nel più duro dei cuori; ci vorrà forse del tempo perché spuntino i germogli, ma se si prodigano cure amorevoli, essi non potranno non nascere. Non perdere dunque la speranza per nessuno, spargi semplicemente e senza sosta l’amore, senza indurire il tuo cuore. Smetti di trovare giustificazioni per te o per le tue azioni; smetti di biasimare gli altri. Sonda il tuo cuore, mettilo a nudo e trova la pace perfetta del cuore e della mente. Allora potrai andare ovunque, nella libertà e nella gioia autentiche, irradiando amore e ancora amore.
[da: “Eileen Caddy

chi sono i santi

Chi sono i santi?
Una maestra di una scuola materna aveva portato la sua classe a visitare una chiesa con le figure dei santi sulle vetrate luminose. A scuola il parroco damanda ai bambini: “Chi sono i santi?”. Un bambino risponde: “Sono quelli che fanno passare la luce”.
Stupenda definizione: i santi fanno passare la luce di Dio che continua ad illuminare la terra.

Curiosità

Giuseppina Bonaparte era molto affezionata ad un cane, un carlino di nome Fortuna, che usava per mandare a Napoleone messaggi privati.La sera dopo le nozze Napoleone si rifiutò di far dormire Fortuna nel loro letto. Il cane lo morse e Giuseppina gli disse: Se il carlino non entra nel nostro letto, non entro neanch’io. Da allora il cane dormì sempre con loro.

Santa Giulia Billiart ,

Nacque il 12 luglio 1751 da una famiglia agiata a Cuvilly (Francia), sedici anni dopo, la miseria colpì la famiglia e Giulia fu costretta a lavorare. A 22 anni, fu colpita dalla paralisi alle gambe e, sotto la guida del suo parroco, si dedicò alle pratiche di pietà e al catechismo dei bambini. Costretta alla fuga, durante la Rivoluzione Francese, perché accusata di nascondere dei sacerdoti, si diresse ad Amiens, dove incontrò padre Varin, superiore dei Padri della Fede, il quale la convinse a fondare un’organizzazione per l’educazione cristiana delle fanciulle. Cominciò nel 1803 la vita in comune con alcune compagne, pronunciando i voti nel 1804, anno in cui avvenne la miracolosa guarigione delle sue gambe. Superiora nel 1805, allargò la sua opera fondando scuole dappertutto in Francia e Belgio, nel 1809 a causa di false calunnie fu costretta a lasciare la sua Casa, ma tutta la Comunità la seguì a Namur in Belgio. Nel frattempo cambiarono il nome in «Suore di Nostra Signora di Namur». E anche in Belgio seppe diffondere le sue fondazioni. Fervente devota al Sacro Cuore ebbe anche il dono di estasi e miracoli, morì a Namur l’8 aprile 1816. M

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Rag’n’Bone Man I understood loneliness

Ho compreso la solitudine

Before I knew what it was
Prima di capire che cosa fosse

I saw the pills on the table
Ho visto le pillole sul tavolo

For your unrequited love
Per il tuo amore non corrisposto

I would be nothing
Non sarei nulla

Without you holding me up
Senza te che mi abbracci

Now strong enough for both of us
Ora sono abbastanza forte per entrambi

Both of us, both of us, both of us
Entrambi, entrambi, entrambi

I am a giant (Ooh)
Sono un gigante (Ooh)

Stand up on my shoulders, tell me what you see
Alzati sulla mie spalle, dimmi cosa vedi

‘Cause I am a giant (Ooh)
Perché io sono un gigante (Ooh)

We’ll be breaking boulders, underneath our feet
Romperemo i macigni, sotto ai nostri piedi

I am, I am, I am, I am, I am, I am a giant (Oh)
Io sono, sono, sono, sono, sono, sono un gigante (Oh)

I am, I am, I am, I am, I am, I am a giant (Oh)
Io sono, sono, sono, sono, sono, sono un gigante (Oh)

Don’t hide your emotions
Non nascondere le tue emozioni

You can throw down your guard
Puoi abbassare la guardia

And freed from the notion
E liberarti dalla nozione,

We can be who we are
Possiamo essere ciò che siamo

You taught me something, yeah
Mi hai insegnato qualcosa, sì

That freedom is ours
Che la libertà è nostra

It was you who taught me living is
Sei stata tu a insegnarmi che la vita è

Togetherness, togetherness, togetherness
stare insieme, insieme, insieme

I am a giant (Ooh)
Sono un gigante (Ooh)

Stand up on my shoulders, tell me what you see
Alzati sulla mie spalle, dimmi cosa vedi

‘Cause I am a giant (Ooh)
Perché io sono un gigante (Ooh)

We’ll be breaking boulders, underneath our feet
Romperemo i macigni, sotto ai nostri piedi

I am, I am, I am, I am, I am, I am a giant (Oh)
Io sono, sono, sono, sono, sono, sono un gigante (Oh)

I am, I am, I am, I am, I am, I am a giant (Oh)
Io sono, sono, sono, sono, sono, sono un gigante (Oh)

Oh, oh, oh, hey-oh, oh, oh, oh, hey-oh
Oh, oh, oh, hey-oh, oh, oh, oh, hey-oh

Gonna shake, all the way, in the dirt, underneath, yeah, yeah
Scuoterai, fino in fondo, la terra, sotto, sì, sì

Oh, oh, oh, hey-oh, oh, oh, oh, hey-oh
Oh, oh, oh, hey-oh, oh, oh, oh, hey-oh

Gonna shake, all the way, in the dirt, underneath, yeah, yeah
Scuoterai, fino in fondo, la terra, sotto, sì, sì

Oh, oh, oh, hey-oh, oh, oh, oh, hey-oh
Oh, oh, oh, hey-oh, oh, oh, oh, hey-oh

Gonna shake, all the way, in the dirt, underneath, yeah, yeah
Scuoterai, fino in fondo, la terra, sotto, sì, sì

Gonna shake, all the way, in the dirt, underneath, yeah, yeah
Scuoterai, fino in fondo, la terra, sotto, sì, sì

Oh, oh, oh, hey-oh, oh, oh, oh, hey-oh
Oh, oh, oh, hey-oh, oh, oh, oh, hey-oh

Gonna shake, all the way, in the dirt, underneath, yeah, yeah
Scuoterai, fino in fondo, la terra, sotto, sì, sì

Gonna shake, all the way, in the dirt, underneath
Scuoterai, fino in fondo, la terra, sotto, sì, sì

(Ooh)
(Oh)

I am, I am, I am (Ooh)
lo sono, lo sono, lo sono

I am, I am, I am, I am, I am a giant (Ooh)
(Oh) Io sono, sono, sono, sono, sono un gigante (Oh)

I am, I am, I am, I am, I am a giant (Ooh)
Io sono, sono, sono, sono, sono un gigante (Oh)

Crostata amaretti e cioccolato

Preparazione: 60 min
Difficoltà: Bassa
Crostata amaretti e cioccolato
Cottura: 70 min
DOLCILa crostata amaretti e cioccolato è un dolce goloso e scenografico, perfetto per ogni occasione! Sotto queste piccole sfere di frolla cosa si nasconderà? A prima vista questo sarà il primo pensiero dei vostri ospiti, ma siamo certi che all’assaggio scopriranno sicuramente di cosa si tratta. Il gusto dolce degli amaretti si sposa benissimo con la crema al cioccolato fondente e il loro sapore di mandorla rilascerà un piacevole retrogusto in bocca. La nostra classica pasta frolla sarà il contenitore perfetto per racchiudere tanta bontà! Questa crostata amaretti e cioccolato è un dolce fragrante e cremoso, ideale per concludere una cena o il pranzo della domenica!

Ingredienti

Per una crostata da 24 cm
Farina 00
500 g
Uova
(circa 2) 110 g
Zucchero a velo
200 g
Burro
freddo 250 g
Scorza di limone

Per la crema
Latte intero
150 g
Panna fresca liquida
110 g
Uova
(circa 2) 120 g
Zucchero
60 g
Amido di mais (maizena)
30 g
Cioccolato fondente
200 g
Per il ripieno

Per il ripieno

Amaretti
(circa 40) 90 g

Per decorare

Zucchero a velo, quanto basta

Preparazione

Per preparare la crostata di amaretti e cioccolato iniziate dalla frolla. Versate la farina in un mixer, insieme al burro freddo ridotto a pezzetti –1–. Azionate le lame a più riprese fino ad ottenere un composto sabbioso. Utilizzare il mixer ad intermittenza farà si che l’impasto non si scaldi eccessivamente. Arrestate le lame e unite lo zucchero a velo –2–, insieme all’uovo leggermente sbattuto e la scorza grattugiata di un limone –3–.

Azionate nuovamente il robot per pochi istanti, stavolta abbassando la velocità così le lame misceleranno l’impasto senza frullare –4–. Non appena il composto si sarà amalgamato –5– trasferitelo sulla spianatoiae lavoratelo velocemente con le mani, giusto il tempo di ottenere un panetto liscio ed omogeneo. Avvolgetelo nella pellicola trasparente –6– e lasciatelo riposare per 2 ore in frigorifero.

Nel frattempo preparate la crema. Tritate il cioccolato finemente, poi in una pentola versate latte e panna –7– e scaldate fino a raggiungere il bollore. Intanto in un’altra ciotola lavorate le uova insieme allo zucchero –8–, unite poi la maizena –9– e mescolate fino ad ottenere un composto privo di grumi.

Quando latte e panna avranno raggiunto il bollore versate nella ciotola delle uova mescolando con la frusta _10_. Trasferite il tutto di nuovo nella pentola _11_ e continuate a cuocere mescolando di continuo fino a che non si sarà addensata. A questo punto spegnete il fuoco, aggiungete il cioccolato _12_

e continuate a mescolare _13_ fino a che non sarà completamente sciolto e la crema lo avrà assorbito _14_. Trasferite poi la crema così ottenuta all’interno di una ciotola e coprite con la pellicola a contatto. Lasciate intiepidire, poi trasferite in frigo.

A questo punto riprendete la frolla e dividetela a metà _16_. Stendete la frolla utilizzando poca farina _17_, fino ad ottenere uno spessore di mezzo cm _18_.

Trasferite la sfoglia così ottenuta all’interno di uno stampo da crostata da 24 cm _19_. Fate aderire bene la pasta allo stampo, poi con una leggera pressione utilizzando il mattarello eliminate la frolla in eccesso _19_. In alternativa potete utilizzare un coltellino a lama liscia. Se lo scarto dovesse essere molto lavoratelo insieme alla frolla tenuta da parte e riponete in frigo per qualche minuto. A questo punto con i rebbi di una forchetta bucherellate il fondo della crostata _21_

e versate all’interno la crema pasticcera al cioccolato _22_. Livellate leggermente la superficie, posizionate poi gli amaretti all’interno, disponendoli in maniera ordinata, cercando di non lasciare degli spazi vuoti _23_. Stendete poi la frolla rimasta fino ad ottenere uno spessore di mezzo cm _24_

e utilizzatela per ricoprire la crostata _25_. Fate aderire bene la frolla a quella sottostante, facendo una leggera pressione _26_ ed eliminate l’eccesso di pasta _27_.

A questo punto _28_ cuocete la crostata in forno statico preriscaldato a 170° per circa 55 minuti. Poi sfornate _29_ e lasciate raffreddare. A questo punto sformate la crostata e spolverizzatela con lo zucchero a velo prima di servirla _30_.

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dipingere l’anima

dipingere l’anima.
un grido interiore mi giunge, mi invita a fermarmi per dargli ascolto esso richiede la mia massima attenzione, con naturalezza incomincia a parlarmi, fermati un istante, ascolta la tua gradevole personalità, fonte di una confortevole legerezza, al mio spirito. tu vorresti dipingere la mia anima come un pittore, donandogli un tocco di bellezza,
lasciando che ogni colore colora la mia anima, sai farla emozionare di continuo, anche se a volte la mia vitalità sembra spegniersi, ma tu con la tua tenacia mi ricordi, questo: ricorda che la vita è un dono, che sa regalare tutto il suo universo, che e racchiuso da: fatiche, preocupazioni, ansie, paure, sconfitte che con grinta e tanta voglia di lottare, sensa perdersi d’animo possono far partorire vittorie, regalando soddisfazioni, felicità e momenti maggici. nel tuo abbraccio vi abitano: calore, sicurezza e tranquillità.
nel tuo continuo, rimirarmi vorresti dipingere la mia anima, imprimere nella mia mente la tua immagine e poi provare ha inmergere i pennelli nel mio profondo, dipingendo con amore, trasmettendo sagezza, tanta voglia di vivere.
nel mio cuore vorresti anche dipingere il tuo sorriso luminoso, che infonde fiducia, speranza,
per dipingere le pareti, come un pittore lo fa per passione, realizzando tutto quello che ha in suo potere.
abbraccio cio che sei mi abbandono nel tuo mondo esso mi protegge, curando le mie fragilità e insicurezze.
daniela pecchia

io desidero te

Rabindranath Tagore)
Io desidero te, soltanto te,
il mio cuore lo ripete senza fine.
Sono falsi e vuoti i desideri
che continuamente mi distolgono da te.
Come la notte nell’oscurità
cela il desiderio della luce,
così nella profondità della mia incoscienza
risuona questo grido:
io desidero te, soltanto te.
Come la tempesta cerca fine nella pace,
anche se lotta contro la pace
con tutta la sua furia,
così la mia ribellione
lotta contro il tuo amore,
eppure grida:
io desidero te, soltanto te.

pensieri e riflessioni di iole

È primavera Ú le isole profumano di azzurro cielo ed emanano perle di saggezza a tutto sfiato.
Ad un tratto gli uccelli saltano in cielo e ascoltano i fanciulli ridere tra i campi.
Sbocciano i fiori, sorridono le stelle e gli alberi si vestono di gioia.
Le nuvole dormono in un trambusto di suoni, per permettere agli angeli di divertirsi.
E quando L’amore abbraccia la terra, allora significa che Ú primavera.

I due lupi

I due lupi
Una sera un uomo anziano confidò al suo giovane nipote la storia di una battaglia che si combatteva all'interno del suo cuore: «Figlio mio, ciò che si combatte dentro di me è una battaglia fra due lupi. Il primo malvagio è pieno di invidia, collera, angoscia, rimorsi, avidità, arroganza, sensi di colpa, orgoglio, sentimenti d'inferiorità, menzogna, superiorità e egocentrismo. Il secondo buono è pieno di pace, amore, disponibilità, serenità bontà gentilezza benevolenza, simpatia generosità compassione verità e fede».
Il bambino un po' disorientato pensò per un minuto e chiese: «Chi è colui che vince?».
Il vecchio rispose semplicemente: «E' colui che nutro».
 
I due lupi

Città dipinge la neve per nascondere l’inquinamento

Città dipinge la neve per nascondere l’inquinamento
Una strana soluzione adottata dalla città siberiana di Myski contro il grave inquinamento.
Una bufera di polemiche per le autorità della città di Mynski, nella regione siberiana di Kemerovo, dopo la pubblicazione di un video su YouTube che mostra come la neve venga dipinta di bianco per nascondere l’inquinamento.

E’ stata una donna di nome Svetlana Zelenina a girare il video, facendo vedere come, uno scivolo fatto di neve costruito per far giocare i bambini, è stato colorato di bianco per rendere meno evidente la sporcizia della neve e la polvere di carbone proveniente dalle cave vicine.
appena la notizia è diventata di dominio pubblico, il sindaco di Mynski non ha potuto fare altro che scusarsi con i cittadini, prendendosela con i dipendenti comunali per la loro soluzione originale.

Non è la prima volta che vengono utilizzate soluzioni insolite da parte dele autorità russe per mascherare il grave problema dell’inquinamento o di infrastrutture. Qualche tempo fa le autorità di una città vicino San Pietroburgo avevano riparato una strada… con Photoshop!

barzellette

Tre balbuzienti leggono di una cura sperimentale, e si presentano alla clinica.
Una dottoressa molto sexy spiega loro i dettagli promettendo una lauta ricompensa e conclude dicendo: “Chiunque di voi guarirà dalla balbuzie potrà far l’amore con me per una notte intera”.
I tre si sottopongono così alle torture di cui è fatta la cura, e alla fine si presentano al test.
La dottoressa chiede al primo: “Tu, dove sei nato?” e lui risponde: “R-r-r-r-r-r-roma!”.
“Mi dispiace, non sei guarito.
Avanti il prossimo!”.
Di nuovo la dottoressa dice “Tu, dove sei nato?” e lui: “M-m-m-m-milano!”.
“No, no”, dice la dottoressa, “anche tu non sei guarito! Avanti il terzo!”. Questi entra nella stanza.
“Bene”, fa la dottoressa, “dimmi tu dove sei nato”.
“Ascoli” risponde quello.
“Bene”, dice lei, “sei guarito!”. E vanno entrambi in una stanza attigua dove passano l’intera notte. “Ah, che fantastica nottata”, dice la dottoressa quando escono dalla stanza.
“E sono felice di averti guarito”.
E quello risponde: “Piceno!”.

meditazione del giorno 7 aprile 04 2019

meditazioni quotidiane
7 aprile
Solo quando la tua coscienza si dilata sei aperto e ricettivo al nuovo che ti circonda; puoi allora metterti in sintonia con nuovi pensieri, idee e modi di vivere. Sii preparato a vedere al di là dell’immediato, spingendoti verso dimensioni e regni più elevati, ed aprendoti ai sentieri dello Spirito. Molte sono le cose che puoi comprendere ed accettare per intuizione, ma di fronte alle quali la mente vacilla; perché allora perdere tempo a cercare di chiarire ogni cosa con la mente? Perché non essere disposti a vivere ed agire intuitivamente e secondo ispirazione? Così facendo, tu parti da uno stato di coscienza elevato e sei ricettivo al nuovo. Diventi un limpido canale che consente al nuovo di manifestarsi dentro e attraverso di te. Eleva dunque la coscienza dal negativo al positivo, dal distruttivo al costruttivo, dal buio alla luce, dal vecchio al nuovo, ed osserva cosa succede. Vedrai scomparire il vecchio ed apparire la gloria del nuovo.
[da: “Eileen Caddy

Vespri

Quarta settimana di Quaresima – Sabato
Primi vespri
O Dio, vieni a salvarmi. Gloria al Padre. Come era nel principio. Amen.
INNO
Accogli, o Dio pietoso,
le preghiere e le lacrime
che il tuo popolo effonde
in questo tempo santo.
Tu che scruti e conosci
i segreti dei cuori,
concedi ai penitenti
la grazia del perdono.
Grande è il nostro peccato,
ma più grande è il tuo amore:
cancella i nostri debiti
a gloria del tuo nome.
Risplenda la tua lampada
sopra il nostro cammino,
la tua mano ci guidi
Vieni in nostro aiuto, Signore, perché possiamo vivere e agire sempre in quella carità, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi. Egli è Dio, e vive e regna.
E dalla mano dell’angelo il fumo degli aromi salì davanti a Dio, insieme con le preghiere dei santi (Ap 8, 4).
Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma si è manifestato negli ultimi tempi per voi. E voi per opera sua credete in Dio, che l’ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria e così la vostra fede e la vostra speranza sono fisse in Dio.
tra le loro malvagità continui la mia preghiera.
Il Signore ci benedica, ci preservi da ogni male, e ci conduca alla vita eterna.
Donaci la grazia di riconoscerti nei poveri e nei sofferenti,
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
– per saziare la tua fame negli affamati e la tua sete negli assetati.
– sull’esempio di Maria Vergine e dei tuoi santi.
le mie mani alzate come sacrificio della sera.
A te, Signore mio Dio, sono rivolti i miei occhi;
Non lasciare che il mio cuore si pieghi al male
Cristo nella passione invoca il Padre: «Abbà, Padre! Allontana da me questo calice…» (Mc 14, 33) e domanda la risurrezione sulla quale la Chiesa dei santi fonda la sua fede (cfr Cassiodoro).
Tu che hai risvegliato Lazzaro dal sonno della morte,
ma l’olio dell’empio non profumi il mio capo;
Mi percuota il giusto e il fedele mi rimproveri,
Gloria a Cristo, che si è fatto maestro, amico, modello dell’umanità. Pieni di fiducia invochiamo il suo nome:
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
CANTICO DELLA BEATA VERGINE Lc 1, 46-55 Esultanza dell’anima nel Signore
Cristo, che hai voluto essere simile a noi in tutto fuorché nel peccato, insegnaci a gioire con chi gioisce e a piangere con chi piange,
Poni, Signore, una custodia alla mia bocca,
– perché si allietino in eterno nel tuo amore.
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
– fa’ che i peccatori passino da morte a vita mediante la preghiera e la penitenza.
Conduci i defunti alla risurrezione gloriosa,
apparso in forma umana, umiliò se stesso
– perché la nostra carità diventi sempre più concreta e generosa.
perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi
Come incenso salga a te la mia preghiera,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
Cristo, Figlio del Dio vivo, abbi pietà di noi.
Gesù Cristo, pur essendo di natura divina,
Cristo, Figlio del Dio vivo, abbi pietà di noi.
Fa’ che molti seguano la via della perfetta carità,
Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
e compia azioni inique con i peccatori:
ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre.
al tuo cospetto sfogo la mia angoscia.
Signore, a te grido, accorri in mio aiuto;
Con la mia voce al Signore grido aiuto,
che da me avevano udito dolci parole.
Preservami dal laccio che mi tendono,
facendosi obbediente fino alla morte
come aveva promesso ai nostri padri,
CANTICO Fil 2, 6-11 Cristo, servo di Dio
che è al di sopra di ogni altro nome;
ascolta la mia voce quando t’invoco.
SALMO 140, 1-9 Preghiera nel pericolo
ricordandosi della sua misericordia,
quando mi concederai la tua grazia.
di generazione in generazione la sua misericordia
assumendo la condizione di servo
in te mi rifugio, proteggi la mia vita.
sarò il vostro Dio e voi il mio popolo.
sarò il vostro Dio e voi il mio popolo.
con la mia voce supplico il Signore;
davanti a lui effondo il mio lamento,
perché io renda grazie al tuo nome:
che io non gusti i loro cibi deliziosi.
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Dalla rupe furono gettati i loro capi,
sorveglia la porta delle mie labbra.
si stende su quelli che lo temono.
ho toccato il fondo dell’angoscia.
Non è la legge che ci rende giusti,
Non è la legge che ci rende giusti,
ha ricolmato di beni gli affamati,
non considerò un tesoro geloso
L’anima mia magnifica il Signore
se non conoscete il Cristo Gesù,
Come si fende e si apre la terra,
nessuno ha cura della mia vita.
se non conoscete il Cristo Gesù,
D’ora in poi tutte le generazioni
Mentre il mio spirito vien meno,
ha rovesciato i potenti dai troni,
Ha soccorso Israele, suo servo,
e divenendo simile agli uomini;
Strappa dal carcere la mia vita,
che Gesù Cristo è il Signore,
Non c’è per me via di scampo,
SALMO 141 Sei tu il mio rifugio
LETTURA BREVE 1 Pt 1, 18-21
la sua uguaglianza con Dio;
imparò l’obbedienza al Padre.
imparò l’obbedienza al Padre.
le loro ossa furono disperse
Salvami dai miei persecutori
perché sono di me più forti.
dagli agguati dei malfattori.
Nel sentiero dove cammino
Per questo Dio l’ha esaltato
Ascolta, o Padre altissimo,
dico: Sei tu il mio rifugio,
i giusti mi faranno corona
ma la fede in Cristo Gesù.
ma la fede in Cristo Gesù.
mi hanno teso un laccio.
e lo Spirito Santo. Amen.
Ascolta la mia supplica:
mi chiameranno beata.
alla bocca degli inferi.
nessuno mi riconosce.
nella terra dei viventi.
Guarda a destra e vedi:
e Santo è il suo nome:
ma spogliò se stesso,
ha innalzato gli umili;
tu conosci la mia via.
e ogni lingua proclami
e alla morte di croce.
a gloria di Dio Padre.
tu che regni nei secoli
RESPONSORIO BREVE
con il Cristo tuo Figlio
Io grido a te, Signore;
e gli ha dato il nome
Cristo, il Figlio di Dio,
Cristo, il Figlio di Dio,
nei cieli, sulla terra
alla meta pasquale.
sei tu la mia sorte
mio unico Signore.
mio unico Signore.
abbi pietà di noi.
INTERCESSIONE
e sotto terra;
Padre Nostro
Ant. al Magn.
Ant. al Magn.
ORAZIONE
1 ant.
1 ant.
2 ant.
2 ant.
3 ant.
3 ant.
R.
R.
V.

Tu, che hai sofferto per i nostri peccati,
Cristo, Figlio del Dio vivo,
Amen.
Sii la vita del tuo popolo, Signore
Vi metterò nel cuore la mia legge:
Vi metterò nel cuore la mia legge:
Nell’ora della sua passione
Nell’ora della sua passione
Nulla vale per me,
Nulla vale per me,

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abbi pietà di noi.
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Liturgia

Liturgia del Giorno
Colore Liturgico
Viola
Prima lettura
Ger 11,18-20
Come agnello mansueto che viene portato al macello.
Dal libro del profeta Geremìa
Il Signore me lo ha manifestato e io l’ho saputo; mi ha fatto vedere i loro intrighi. E io, come un agnello mansueto che viene portato al macello, non sapevo che tramavano contro di me, e dicevano: «Abbattiamo l’albero nel suo pieno vigore, strappiamolo dalla terra dei viventi; nessuno ricordi più il suo nome».
Signore degli eserciti, giusto giudice,
che provi il cuore e la mente,
possa io vedere la tua vendetta su di loro,
Canto al Vangelo
Salmo responsoriale
Vangelo
In quel tempo, all’udire le parole di Gesù, alcuni fra la gente dicevano: «Costui è davvero il profeta!». Altri dicevano: «Costui è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice la Scrittura: “Dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo”?». E tra la gente nacque un dissenso riguardo a lui.
Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise le mani su di lui. Le guardie tornarono quindi dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto qui?». Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato così!». Ma i farisei replicarono loro: «Vi siete lasciati ingannare anche voi? Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!».
Allora Nicodèmo, che era andato precedentemente da Gesù, ed era uno di loro, disse: «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». Gli risposero: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!». E ciascuno tornò a casa sua.
Beati coloro che custodiscono la parola di Dio
Dal Vangelo secondo Giovanni
Giudicami, Signore, secondo la mia giustizia,
Gloria e lode a te, o Cristo, Verbo di Dio!
tu che scruti mente e cuore, o Dio giusto.
dilaniandomi senza che alcuno mi liberi.
Signore, mio Dio, in te ho trovato rifugio:
salvami da chi mi perseguita e liberami,
Gloria e lode a te, o Cristo, Verbo di Dio!
Signore, mio Dio, in te ho trovato rifugio.
e producono frutto con perseveranza.
perché non mi sbrani come un leone,
poiché a te ho affidato la mia causa.
Il Cristo viene forse dalla Galilea?
secondo l’innocenza che è in me.
Cessi la cattiveria dei malvagi.
con cuore integro e buono
Dio si sdegna ogni giorno.
egli salva i retti di cuore.
Il mio scudo è in Dio:
Rendi saldo il giusto,
Dio è giudice giusto,
Parola del Signore
Parola di Dio
Gv 7,40-53
(Lc 8,15)
Sal 7
Quarta settimana di Quaresima – Sabato

Lodi

Lodi
O Dio, vieni a salvarmi. Gloria al Padre. Come era nel principio. Amen.
Questa introduzione si omette quando si comincia l’Ufficio con l’Invitatorio.
INVITATORIO
Signore, apri le mie labbra.
Ant.
per noi ha sofferto tentazione e morte.
Venite, adoriamo Cristo Signore:
Oppure:
Ascoltate, oggi, la voce del Signore:
non indurite il vostro cuore.
SALMO 94 Invito a lodare Dio
Esortatevi a vicenda ogni giorno, finché dura «quest’oggi» (Eb 3, 13)
Lavatevi, purificatevi, togliete dalla mia vista il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova. Su, venite e discutiamo, dice il Signore. Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana.
Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati;
grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio,
Signore onnipotente e misericordioso, attira verso di te i nostri cuori, poiché senza di te non possiamo piacere a te, sommo bene. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre,
Il Signore ci benedica, ci preservi da ogni male, e ci conduca alla vita eterna.
CANTICO DI ZACCARIA Lc 1, 68-79 Il Messia e il suo Precursore
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
acclamiamo alla roccia della nostra salvezza.
– perché siamo tempio vivo dello Spirito Santo.
affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,
Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri;
per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre
– ma di quello che dura per la vita eterna e che tu ci dai.
Tutto ha sottomesso ai suoi piedi, e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa (Ef 1, 22).
quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!
gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
di servirlo senza timore, in santità e giustizia
– fa’ che tutto il giorno trascorra nell’adesione piena alla tua volontà.
Essi saranno suo popolo ed egli sarà il «Dio-con-loro» (Ap 21, 3).
di concederci, liberati dalle mani dei nemici,
per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo:
Rendici fin d’ora disponibili all’aiuto fraterno,
la Madre tua, rifugio dei peccatori, interceda per la nostra salvezza,
per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge
e ha suscitato per noi una salvezza potente
le sue mani hanno plasmato la terra. (Ant.)
Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri
e dissi: Sono un popolo dal cuore traviato,
Non entreranno nel luogo del mio riposo». (Ant.)
come a Merìba, come nel giorno di Massa
Rendiamo grazie sempre e in ogni luogo al Cristo salvatore, e rivolgiamo a lui la nostra comune preghiera:
io vi purificherò da tutte le vostre sozzure
per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza
perché ha visitato e redento il suo popolo,
ma tu sei l’eccelso per sempre, o Signore.
a lui acclamiamo con canti di gioia. (Ant.)
Custodisci la castità del nostro corpo e del nostro cuore,
Ascoltate oggi la sua voce: «Non indurite il cuore,
Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,
Nella sua mano sono gli abissi della terra,
Rinnovaci nel cuore, e saremo tuo popolo.
Rinnovaci nel cuore, e saremo tuo popolo.
Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,
I miei occhi disprezzeranno i miei nemici,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati.
Rendici solleciti non del cibo che perisce,
e si è ricordato della sua santa alleanza,
CANTICO Ez 36, 24-28 Dio rinnoverà il suo popolo
SALMO 8 Grandezza del Signore e dignità dell’uomo
per annunziare quanto è retto il Signore:
Soccorrici con la forza del tuo Spirito, Signore
metterò dentro di voi uno spirito nuovo,
Come sono grandi le tue opere, Signore,
al suo cospetto, per tutti i nostri giorni.
e vi farò osservare e mettere in pratica
e vi farò vivere secondo i miei precetti
se i peccatori germogliano come l’erba
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
Egli è nostro Dio, e noi il popolo del suo pascolo,
che cosa è l’uomo perché te ne ricordi,
per noi ha sofferto tentazione e morte.
Come era nel principio, e ora e sempre
i miei orecchi udranno cose infauste.
Per quarant’anni mi disgustai di quella generazione
e il figlio dell’uomo perché te ne curi?
Nella vecchiaia daranno ancora frutti,
per ridurre al silenzio nemici e ribelli.
gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
pur avendo visto le mie opere. (Ant.)
E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo
e contro gli iniqui che mi assalgono
Poiché mi rallegri, Signore, con le tue meraviglie,
Si celebrano le lodi per le meraviglie dell’Unigenito (Sant’Atanasio).
Con la bocca dei bimbi e dei lattanti
mia roccia, in lui non c’è ingiustizia.
la luna e le stelle che tu hai fissate,
di gloria e di onore lo hai coronato:
e cantare al tuo nome, o Altissimo,
– e ci ottenga il perdono dei peccati.
Ascoltate, oggi, la voce del Signore:
annunziare al mattino il tuo amore,
annunziare al mattino il suo amore.
annunziare al mattino il suo amore.
fioriranno negli atri del nostro Dio.
SALMO 91 Lode al Signore creatore
nei secoli dei secoli. Amen. (Ant.)
saranno dispersi tutti i malfattori.
nella remissione dei suoi peccati,
perciò ho giurato nel mio sdegno:
il gregge che egli conduce. (Ant.)
Benedetto il Signore Dio d’Israele,
crescerà come cedro del Libano;
esulto per l’opera delle tue mani.
tutto hai posto sotto i suoi piedi;
sull’arpa a dieci corde e sulla lira,
perché andrai innanzi al Signore
e dalle mani di quanti ci odiano.
nella casa di Davide, suo servo,
dove mi tentarono i vostri padri:
Tu mi doni la forza di un bufalo,
Venite, applaudiamo al Signore,
Porrò il mio spirito dentro di voi
che percorrono le vie del mare.
tutte le bestie della campagna;
mi cospargi di olio splendente.
quanto profondi i tuoi pensieri!
toglierò da voi il cuore di pietra
e vi condurrò sul vostro suolo.
piantati nella casa del Signore,
Poiché grande Dio è il Signore,
L’uomo insensato non intende
ecco, i tuoi nemici periranno,
abiti in noi il tuo Spirito Santo.
abiti in noi il tuo Spirito Santo.
Ecco, i tuoi nemici, o Signore,
e fioriscono tutti i malfattori,
quanto è grande il tuo nome
s’innalza la tua lode, Signore.
ora e nei secoli eterni. Amen.
s’innalza la tua lode, Signore.
la tua fedeltà lungo la notte,
sono sue le vette dei monti.
grande re sopra tutti gli dèi.
Il giusto fiorirà come palma,
li attende una rovina eterna:
e vi darò un cuore di carne.
saranno vegeti e rigogliosi,
Suo è il mare, egli l’ha fatto,
LETTURA BREVE Is 1, 16-18
non indurite il vostro cuore.
non conoscono le mie vie;
prostriamoci, e imploriamo
Venite, prostràti adoriamo,
siam tua vigna, tuo popolo,
Sia lode al Padre altissimo,
salvezza dai nostri nemici,
È bello dar lode al Signore
tutti i greggi e gli armenti,
vi radunerò da ogni terra
Gloria al Padre e al Figlio,
al Figlio e al Santo Spirito
e nell’ombra della morte
voi sarete il mio popolo
Ricorda che ci plasmasti
come parla quest’uomo.
guidaci con la tua grazia
come parla quest’uomo.
col soffio del tuo Spirito:
e lo stolto non capisce:
o nel segreto dell’anima,
vi darò un cuore nuovo,
il segno della tua gloria.
Vi prenderò dalle genti,
liberaci, o Padre buono;
Nella santa assemblea,
a preparargli le strade,
e dirigere i nostri passi
come aveva promesso
non togliere ai tuoi figli
e io sarò il vostro Dio.
e opera delle tue mani.
e da tutti i vostri idoli;
mi misero alla prova,
O Signore, nostro Dio,
O Signore, nostro Dio,
Perdona i nostri errori,
RESPONSORIO BREVE
con canti sulla cetra.
alla vittoria pasquale.
e saremo tuo popolo.
com’era nel principio,
sulla via della pace.
e allo Spirito Santo.
sana le nostre ferite,
la divina clemenza.
su tutta la terra:
Dall’ira del giudizio
le mie leggi.
INVOCAZIONE
Padre Nostro
nel deserto,
Ant. al Ben.
Ant. al Ben.
ORAZIONE
Oppure:
1 ant.
1 ant.
2 ant.
2 ant.
3 ant.
3 ant.
INNO
Ant.
R.
R.
V.


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Metti in noi, Signore, uno spirito nuovo,
Rinnovaci nel cuore,
Amen.
sopra i cieli si innalza la tua magnificenza.
Venite, adoriamo Cristo Signore:
Un cuore nuovo donaci, Signore;
Un cuore nuovo donaci, Signore;
È bello dar lode all’Altissimo,
È bello dar lode all’Altissimo,
Dalla bocca dei bambini
Dalla bocca dei bambini
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.
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Nessuno ha mai parlato
Nessuno ha mai parlato
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e saremo tuo popolo.
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Quarta settimana di Quaresima – Sabato

San Pietro da Verona ,

Nato da genitori eretici manichei, l’innata rettitudine del cuore gli fece intuire subito da che parte si trovasse la verità. A sette anni imparò alle scuole dei cattolici il Credo, che per lui non sarà una formula qualunque, ma un principio di vita e una luce che rischiarerà per sempre il suo cammino. Entrato nell’Ordine, anelante le sante lotte per la fede, nei lunghi anni di preparazione al futuro apostolato, mise le basi di quella robusta santità che fece davvero di lui un atleta di Gesù Cristo. Un giorno confidò a un confratello che da quando era sacerdote, celebrando la S. Messa, alla elevazione del calice aveva sempre chiesto al Signore la grazia di morire martire, tale era l’ardore della sua fede e della sua carità. Nominato nel 1242 Inquisitore Generale per la Lombardia, combatté senza posa gli eretici con la spada della divina parola, finché fu ucciso per loro mano, come egli aveva predetto, sulla strada da Como a Milano.Pietro = pietra, sasso squadrato, dal latinoPugnale, Ferita al capo, PalmaPresso Milano, passione di san Pietro da Verona, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che, nato da genitori seguaci del manicheismo, abbracciò ancor fanciullo la fede cattolica e divenuto adolescente ricevette l’abito dallo stesso san Domenico; con ogni mezzo si impegnò nel debellare le eresie, finché fu ucciso dai suoi nemici lungo la strada per Como, proclamando fino all’ultimo respiro il simbolo della fede.

Vergine

La prossima Luna nuova sarà il 5 maggio in Toro, a vostro favore, quello che oggi è ancora nell’aria o nel fuoco dell’Ariete, tra un mese sarà un risultato raggiunto, un affare fatto. Molte sollecitazioni al cambiamento in diversi campi della vostra mappa astrale, anche l’amore vive la sua primavera di rinascita. Gli amanti Venere e Marte sono nervosi per i coniugi, ideali per conquiste molto erotiche.

Ariete

La stagione del compleanno arriva al culmine con la Luna nuova, terzo giorno consecutivo nel segno, fase che conclude un anno lunare e apre un nuovo periodo di dodici mesi, migliore del passato. Le vostre stelle non riposano pure oggi vi aiutano nelle questioni professionali, affari, e la Luna segue la vita personale affettiva, famiglia, amore. Siete teneri, passionali, comprensivi.

Sagittario

Positiva e fortunata, ma invadente e prepotente, questa Luna nuova nel testardo Ariete crea qualche momento di tensione in famiglia, nel matrimonio, con i figli. Problemi di comprensione, niente che non possa essere chiarito e risolto con un dialogo diretto, e ora conviene non avere facce scontente intorno, le stelle sono troppo belle, attive, così vicine a voi e alla vostra riuscita da poterla toccare!

Cancro

Relax in famiglia, con gli amici più intimi, ma anche qualche divertimento, Venere vorrebbe vedervi più spensierati. Dovete essere pronti a qualche rinuncia materiale, a non sfuggire al cambiamento che richiede Saturno, astro che scandisce i grandi passaggi dell’esistenza. Luna nuova chiude anche per voi alcune situazioni professionali, la settimana prossima sarete pronti a ripartire.

Pesci

Come le viole. Il vostro amore ha i colori e i profumi dei fiori di primavera, Urano e Venere strepitosi per amori passionali (anche brevi avventure), Luna taurina è come una fanciulla vestita di fiori, dipinta dal Botticelli, Nettuno un mare che riporta a qualcuno i ricordi delle primavere vissute Le parcelle degli specialisti sono troppo alte? Non pensateci, guadagni in aumento., Fuori dall’elenco

Gemelli

Un cielo particolare per noi tutti, dovuto al grande impatto che avrà questa Luna nuova in Ariete sulla Nazione e sui rapporti con il lontano, ma per voi si tratta di un influsso che apre prospettive eccezionali, vi offre l’occasione di essere o di diventare i primi. Tutta la vostra attività è illuminata da un grande aspetto di Marte con il Sole, un fuoco che simboleggia la vittoria.

Bilancia

Tempi di guerre planetarie, tempo bello o brutto, via dalla pazza folla! Causa la fortissima Luna nuova che disturba la salute, anche Saturno chiede quello che un tempo si faceva di domenica: relax riposo, recupero delle energie per le battaglie della nuova settimana. Le stelle tolgono molto, ma non l’amore, passionale e geloso come piace a voi. Passata Luna nuova, tutto inizia a migliorare.

Capricorno

Dopo Cancro e Bilancia siete voi a sentire forte l’influsso della Luna nuova in Ariete, in teoria nel campo della famiglia, ma vista la posizione di altri pianeti e gli aspetti che stanno nascendo, dovete prestare attenzione anche alle questioni pratiche, se dovete occuparvi di lavoro e di affari. Venere in fiore, Marte al massimo dell’energia passionale, non hanno nessun dubbio, amore meraviglioso.

Leone

Terzo giorno con Luna in fiamme conferma il momento eccezionale che vivete pure voi, in famiglia e nella professione, con qualcosa di speciale nel campo dei rapporti con il lontano, anche estero. Consigliamo di mettersi in contatto con persone e ambienti utili al successo, fissate appuntamenti, e lavori per la prossima settimana. Quando avrete Luna nel segno e Giove super. Scelte importanti.

Scorpione

La stagione dell’Ariete, segno del vostro lavoro e della salute, si conclude in attivo e con nuove prospettive per il futuro, con questa potente Luna nuova, dopo tanti anni, quadrata a Saturno in Capricorno, fase che cambia il mondo, figuratevi se non cambierà il vostro ambiente! Nonostante qualche nervosismo in amore, nei rapporti stretti, mostratevi sensibili, avete bisogno degli altri.

Toro

Ripartirete anche voi con la spinta del novilunio in Ariete, che simboleggia per noi tutti la possibilità di una nuova partenza, tra un mese nasce la vostra personale Luna nuova, ma non c’è bisogno di aspettare tanto per promuovere delle novità nel lavoro, in famiglia. Alle 14, Luna sarà con voi e con Urano, tra 14 giorni arriva il Sole, la vita riprende con ottimismo e amore.

Acquario

Terzo giorno con Luna in cambiamento di fase in Ariete, punto che interessa tutte le questioni scritte, affari, viaggi brevi, rapporti con le persone vicine, fratelli e sorelle in particolare. Se c’è di mezzo qualche contenzioso legale, cercate di sistemare tutto entro il 20 aprile, quando avrà avuto inizio il contrasto Sole-Toro. Oggi intanto siete liberi di osare qualche impresa fuori del normale.

Stress, 20 minuti al giorno immersi nella natura sono la “cura”

In caso di stress la ‘pillola’ giusta consiste in almeno 20 minuti al giorno a contatto con la natura in un parco urbano o ovunque sia possibile stabilire stare nel verde. Secondo lo studio pubblicato sulla rivista Frontiers in Psychology una simile esperienza è sufficiente a ridurre il principale ormone dello stress, il cortisolo.

«Sapevamo che trascorrere del tempo immerse nella natura ha effetti anti-sterss, ma finora non era noto in quali ‘dosi’ e in che maniera ‘assumere’ il contatto con la natura», afferma MaryCarol Hunter, della University of Michigan che ha condotto il lavoro. «Il nostro studio mostra che i risultati maggiori si ottengono trascorrendo da 20 a 30 minuti seduti o passeggiando in qualsiasi luogo che ci trasmetta il senso di vicinanza alla natura». La ricerca è stata condotta su un gruppo di volontari che per otto settimane hanno dovuto trascorrere del tempo in luoghi naturali, come un parco, ma senza fare sport, conversare con amici o svolgere altre attività che possono già di per sé avere un’influenza sullo stress. Ai volontari è stata misurata a più riprese la concentrazione del cortisolo nella saliva.

È emerso che l’ormone diminuisce a partire dai 20 minuti trascorsi a contatto con la natura; la concentrazione cala in proporzione al tempo trascorso fino a un calo massimo a 30 minuti di immersione nella natura. «I clinici possono usare i nostri risultati come regola basata sull’evidenza per stabilire come prescrivere il contatto con la natura» – afferma Hunter. «Il nostro studio fornisce le prime stime di come l’esperienza a contatto con la natura impatti sui livelli di stress nel contesto della normale vita quotidiana».

L’Uluru illuminato da 50mila bulbi: di Francesca Spanò installazione dell’artista Bruce Munr

Ci sono volute sette settimane per sistemare cinquantamila bulbi a energia solare che al crepuscolo accendono i riflettori sull’Uluru, la roccia sacra agli aborigeni. Appena arriva l’oscurità, questo angolo di Australia si illumina di milioni di sfumature colorate creando uno sfondo psichedelico persino difficile da descrivere, ma di certo emozionante. Il particolare campo luminoso sarà attivo fino al 2020 e dall’anno successivo l’artista che ha creato tale meraviglia, Bruce Munro, insieme a un gruppo di volontari, si occuperà di spostare la gigantesca opera d’arte in altre parti del mondo.

Un capolavoro naturalistico nel deserto rosso australiano

Il monolite in arenaria risale a ben 550 milioni di anni fa ed è sembrato adatto all’inglese Munro, per ottenere il massimo dell’effetto dall’opera d’arte luminosa. Del resto le sue creazioni a carattere immersivo non sono una novità e da tempo vengono apprezzate in tutto il mondo. In questo caso, mentre di giorno le tinte rossastre del paesaggio si fondono col blu del cielo, le notte inizia lo spettacolo di milioni di gradazioni che si fondono in un arcobaleno caleidoscopico. L’opera temporanea si trova allestita all’interno del Parco nazionale Uluru-Kata Tjuta per il progetto Tili Wiru Tjuta Nyakutjaku, che significa letteralmente Guardando molte luci belle. La sua grandezza totale è pari a sette campi da calcio con 15 tonnellate di sfere di vetro smerigliato, chilometri e chilometri di fibre ottiche e pannelli solari. Il vento fa oscillare i bulbi e fa cambiare loro colore per un effetto davvero magico.

San Vincenzo Ferrer ,

«Da trent’anni il mastro Vincenzo va da una città all’altra, da un paese all’altro attraverso tutta l’Europa, montato su un semplice somarello, in inverno come in estate, il bell’abito dei domenicani lungo fino a terra a coprire i suoi piedi nudi. Come Gesù è seguito da una folla immensa di poveri, di donne, di bambini, di chierici, di contadini, di teologi, di duchi e di duchesse, tutti mescolati» (“Le meraviglie di Dio”, Mondadori 2000). Nato a Valencia intorno al 1350, Vincenzo si trovò a vivere al tempo del grande scisma d’Occidente, quando i papi erano 2 e poi addirittura 3. E, suo malgrado, egli si trova al centro della divisione che minaccia il vertice della Chiesa. Ancora giovane domenicano, era stato notato da Pietro de Luna, legato del papa avignonese. Seguendo da vicino il cardinale, si rese però conto che la Chiesa aveva più che mai bisogno del ripristino dell’unità e della riforma morale. Incominciò allora la sua attività di predicazione. Nel 1394 il suo protettore, il cardinale de Luna, divenuto papa con il nome di Benedetto XIII, lo nomina suo confessore, cappellano domestico, penitenziere apostolico. Egli intensifica la sua attività ma nel 1398 si ammala e ha una visione nella quale gli appare il Salvatore accompagnato da san Domenico e san Francesco. Il Signore tocca la guancia del malato e gli ordina di mettersi in viaggio e conquistare molte anime. Vincenzo lascia allora Avignone ed intraprende vere e proprie campagne di predicazione in Spagna, Svizzera e Francia, in cui parla dell’Anticristo e del giudizio finale. Contribuisce così in modo decisivo alla fine dello scisma e al miglioramento dei costumi. Morì a Vannes nel 1419.CostruttoriVincenzo = vittorioso, dal latinoGlobo di fuoco, StellaSan Vincenzo Ferrer, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che, spagnolo di nascita, fu instancabile viaggiatore tra le città e le strade dell’Occidente, sollecito per la pace e l’unità della Chiesa; a innumerevoli popoli predicò il Vangelo della penitenza e l’avvento del Signore, finché a Vannes in Bretagna, in Francia rese lo spirito a Dio.

EVENTI SPORTIVI

1908 – L’esordio della Nazionale di calcio tedesca (111 anni fa): I primi anni del XX secolo sono quelli iniziali per il calcio, che nel giro di pochi decenni si diffonde in tutto il mondo, diventando un fenomeno in grado di coinvolgere milioni di persone ed ingenti risorse finanziarie.

Le Nazionali di calcio sono addirittura collante di identità territoriale ed è quindi un evento la prima partita della Germania, che il 5 aprile 1908 scende in campo a Basilea per affrontare la Svizzera. La sconfitta per 3 a 5 non impedisce l’avvio di una storia calcistica di altissimo livello.

I tedeschi, infatti, vincono quattro Mondiali (1954, 1974, 1990 e 2014) in diciotto partecipazioni e tre Europei (1972, 1980 e 1996) su undici complessivi. Memorabili le partite contro l’Italia, prima fra tutte la partita del secolo, semifinale dei Mondiali 1970, giocata a Città del Messico il 17 giugno 1970 e terminata 4 a 3 per gli azzurri.

Il titolo continentale del 1996 e quello mondiale del 2014 sono gli unici conquistati dalla Germania unita, dopo la caduta del muro di Berlino.

NATI… SPORTIVI

1976 – Simone Inzaghi (43 anni fa): Nato a Piacenza, è un ex calciatore italiano, tecnico della Primavera della Lazio fino al 3 aprile 2016, quando ha sostituito l’esonerato Stefano Pioli sulla panchina della prima squadra, uscita sconfitta con un sonoro 4 a 1 dal derby con la Roma. È stato confermato anche per le stagioni successive. Ha conquistato la Supercoppa italiana 2017.

Cresciuto nelle giovanili della città natale, qui ha debuttato in serie A nel campionato 1998/99, concluso al settimo posto della classifica marcatori con 15 reti. Dopo questo exploit, nell’estate del 1999, è stato ceduto alla Lazio per 30 miliardi di lire.

Nella capitale è rimasto fino al ritiro nel 2010 (non confermandosi ad alti livelli realizzativi: 28 reti in 133 presenze in A, ma meglio nelle Coppe europee con 20 reti in 43 presenze), salvo due brevi parentesi alla Sampdoria (da gennaio a giugno 2005) e all’Atalanta nel campionato 2007/08.

Con i biancocelesti ha vinto uno scudetto (nel 1999/00), tre Coppe Italia, due Supercoppe italiane e una Supercoppa europea.

In Nazionale ha totalizzato tre presenze, la prima delle quali con Dino Zoff commissario tecnico che il 29 marzo 2000 l’ha fatto esordire al 60°, schierandolo in attacco in coppia con il fratello Filippo, ancor più celebre attaccante e, da giugno 2018 a gennaio 2019, allenatore del Bologna.

Nati in questo giorno

1916 – Gregory Peck (103 anni fa): Tra i divi assoluti di Hollywood, è stato uno degli attori di maggior fascino nella storia del cinema mondiale.

Nato a La Jolla, nella California meridionale, e scomparso a Los Angeles nel giugno 2003, Eldred Gregory Peck da giovane abbandonò gli studi universitari per dedicarsi alla carriera cinematografica. A 28 anni ottenne il primo contratto, nel film “Tamara, figlia della steppa” del 1944, e al secondo film, Le chiavi del paradiso, era già popolare grazie alla prima nomination agli Oscar.

A farne una star fu il regista Alfred Hitchcock che in Io ti salverò (1945) lo affiancò alla bellissima Ingrid Bergman, creando una delle coppie più riuscite del grande schermo. In questo periodo lavorò con i registi più in voga, sfiorando per tre volte l’ambita statuetta con “Il cucciolo”, “Barriera invisibile” e “Cielo di fuoco”.

Entrò nel mito la sua interpretazione dello squattrinato giornalista che, tra le strade di Roma, s’innamora di una giovane principessa, interpretata da Audrey Hepburn, in Vacanze romane (1953) di William Wyler. Dieci anni più tardi vinse l’Oscar come “migliore attore protagonista”, per il film Il buio oltre la siepe.

Seguirono poi pellicole poco fortunate, prima che l’attore decidesse di dedicarsi a miniserie e ad alcuni film per la TV. L’ultima sua perla è del 1991: “Cape Fear – Il promontorio della paura”, rifacimento di Martin Scorsese dell’omonimo film nel quale l’attore statunitense aveva recitato nel 1961.

Accadde oggi

1998 – Inaugurato il ponte sospeso più lungo del mondo (21 anni fa): Una sfida contro le forze della natura e un nuovo corso dato all’ingegneria delle costruzioni. Con il Ponte di Akashi Kaikyō il Giappone creò uno snodo di collegamento cruciale per le quattro principali isole dell’arcipelago, ottenendo con esso un primato mondiale, tuttora imbattuto.

I primi significativi esempi di ponti sospesi si ebbero a partire dal XIX secolo, con gli Stati Uniti nel ruolo di pionieri. Nel 1883 venne realizzato il Ponte di Brooklyn, prima grande struttura in acciaio e al momento della sua inaugurazione il ponte sospeso più lungo al mondo. Primato che gli USA conservarono per lungo tempo con i successivi Golden Gate Bridge (1937) e il Ponte di Verrazzano (1964), scalzati nel 1981 dall’inglese Humber Bridge.

I collegamenti interni tra le principali isole dell’arcipelago nipponico rappresentarono una priorità nei governi degli anni del boom economico (1953-1972). Nel caso dello stretto di Akashi, che divide l’isola di Honshū (la più grande del Giappone, che comprende la capitale Tokyo) dall’isola di Awaji (formata da piccoli villaggi di pescatori), si profilò una vera e propria emergenza dopo il tragico incidente dell’11 maggio 1955: la collisione di due traghetti, per via della fitta nebbia, provocò la morte di 168 persone, tra cui decine di bambini in gita scolastica.

L’episodio indignò l’opinione pubblica che richiese a gran voce la costruzione di un ponte. Un obiettivo impossibile per la tecnologia di allora, che richiese circa trent’anni di ricerche per arrivare a un’opera fattibile. Verso la fine degli anni Ottanta le premesse c’erano tutte per passare dalla teoria alla pratica ma restavano forti ostacoli legati alle caratteristiche climatiche e geologiche dell’area. Oltre ad essere denominato la “cintura dei tifoni”, con venti che raggiungono i 290 km/h, lo stretto di Akashi è ad alto rischio sismico.

Come se non bastasse, l’intenso traffico marittimo (circa mille navi al giorno) imponeva una soluzione che non limitasse lo spazio di navigazione. Per gli ingegneri del Sol levante si presentava una sfida senza precedenti nella storia delle costruzioni: tenere in piedi una struttura lunga circa 4 km e realizzarla nella maniera più resistente e leggera possibile. Il vero banco di prova venne superato con la realizzazione delle fondamenta, resa complicata dal fondale profondo e instabile del tratto marino.

L’ostacolo fu aggirato posizionando sul fondale due anelli d’acciaio, destinati a fare da base ai cilindri che dovevano reggere il ponte. L’operazione spettacolare, seguita con il fiato sospeso dai progettisti, andò secondo i piani, partendo da un ristrettissimo margine d’errore di 2 centimetri. Dopo dieci anni di lavori, che impegnarono 2 milioni di operai, il Ponte di Akashi Kaikyō venne inaugurato ufficialmente il 5 aprile del 1998.

In quel frangente, si accertò il raggiungimento di tre primati mondiali nella storia dei ponti sospesi: il più lungo con 3.911 metri di lunghezza; il più alto grazie ai 280 m di altezza; il più costoso per via dei 4,3 miliardi di dollari investiti nella sua realizzazione. Vanto dell’ingegneria giapponese, con le sue sei corsie stradali (tre per ogni senso di marcia) rappresenta oggi una cruciale via di comunicazione con il centro economico del Paese, favorendo nello stesso tempo l’economia turistica dell’isola di Awaji., Nell’elenco, 49 elementi

Barzellette

Un motociclista sfreccia tra le colline quando improvvisamente incontra un piccolo omino tutto verde, con una striscia bianca, che gli parla: “Salve, arrivo da Venere, sono verde, sono un po’ sciocco e ho sete. L’uomo allora risponde: “Mi spiace, ma tutto quello che posso fare per te è offrirti una coca”, così gli porge la lattina che stava bevendo e se ne va.

Più avanti appare un omino rosso, con una striscia gialla, che lo ferma e dice: “Salve, arrivo da Marte, sono rosso, sono un po’ sciocco e ho sete. L’uomo allora prende un’altra lattina dallo zaino e la porge dicendo: “Mi spiace, ma tutto quello che posso fare per te è offrirti una coca”.

Ancora più avanti la scena si ripete, appare un omino blu con una striscia rossa e questa volta è il motociclista a fermarsi: “Salve, son sicuro che arriva dallo spazio, è un po’ sciocco e vuole la mia coca! Non è vero?” L’omino allora replica: “Veramente vorrei patente e libretto, prego!.

alessandro baricco

ALESSANDRO BARICCO

SETA

Benché suo padre avesse immaginato per lui un brillante avvenire nell’esercito, Hervé Joncour aveva finito per guadagnarsi da vivere con un mestiere insolito, cui non era estraneo, per singolare ironia, un tratto a tal punto amabile da tradire una vaga intonazione femminile.

Per vivere, Hervé Joncour comprava e vendeva bachi da seta.

Era il 1861. Flaubert stava scrivendo Salammbô, l’illuminazione elettrica era ancora un’ipotesi e Abramo Lincoln, dall’altra parte dell’Oceano, stava combattendo una guerra di cui non avrebbe mai visto la fine.

Hervé Joncour aveva 32 anni.

Comprava e vendeva.

Bachi da seta.

Per la precisione, Hervé Joncour comprava e vendeva i bachi quando il loro essere bachi consisteva nell’essere minuscole uova, di color giallo o grigio, immobili e apparentemente morte. Solo sul palmo di una mano se ne potevano tenere a migliaia.

“Quel che si dice avere in mano una fortuna.”

Ai primi di maggio le uova si schiudevano, liberando una larva che dopo trenta giorni di forsennata alimentazione a base di foglie di gelso, provvedeva a rinchiudersi nuovamente in un bozzolo, per poi evaderne in via definitiva due settimane più tardi lasciando dietro di se un patrimonio che in seta faceva mille metri di filo grezzo e in denaro un bel numero di franchi francesi: ammesso che tutto ciò accadesse nel rispetto delle regole e, come nel caso di Hervé Joncour, in una qualche regione della Francia meridionale.

Lavilledieu era il nome del paese in cui Hervé Joncour viveva.

Hélène quello di sua moglie.

Non avevano figli.

Per evitare i danni delle epidemie che sempre più spesso affliggevano gli allevamenti europei, Hervé Joncour si spingeva ad acquistare le uova di baco oltre il Mediterraneo, in Siria e in Egitto. In ciò dimorava il tratto più squisitamente avventuroso del suo lavoro. Ogni anno, ai primi di gennaio, partiva. Attraversava milleseicento miglia di mare e ottocento chilometri di terra.

Sceglieva le uova, trattava sul prezzo, le acquistava. Poi si voltava, attraversava ottocento chilometri di terra e milleseicento miglia di mare e rientrava a Lavilledieu, di solito la prima domenica di aprile, di solito in tempo per la Messa grande.

Lavorava ancora due settimane per confezionare le uova e venderle.

Per il resto dell’anno, riposava.

– Com’è l’Africa? -, gli chiedevano.

– Stanca.

Aveva una grande casa subito fuori del paese e un piccolo laboratorio, in centro, proprio di fronte alla casa abbandonata di Jean Berbeck.

Jean Berbeck aveva deciso un giorno che non avrebbe parlato mai più. Mantenne la promessa. La moglie e le due figlie lo abbandonarono. Lui morì. La sua casa non la volle nessuno, così adesso era una casa abbandonata.

Comprando e vendendo bachi da seta, Hervé Joncour guadagnava ogni anno una cifra sufficiente per assicurare a sé e a sua moglie quelle comodità che in provincia si è inclini a considerare lussi. Godeva con discrezione dei suoi averi e la prospettiva, verosimile, di diventare realmente ricco lo lasciava del tutto indifferente. Era d altronde uno di quegli uomini che amano assistere alla propria vita, ritenendo impropria qualsiasi ambizione a viverla.

Si sarà notato che essi osservano il loro destino nel modo in cui, i più, sono soliti osservare una giornata di pioggia.

Se gliel’avessero chiesto, Hervé Joncour avrebbe risposto che la sua vita sarebbe continuata così per sempre.

All’inizio degli anni Sessanta, tuttavia, l’epidemia di pebrina che aveva reso ormai inservibili le uova degli allevamenti europei si diffuse oltre il mare, raggiungendo l’Africa e, secondo alcuni, perfino l’India. Hervé Joncour tornò dal suo abituale viaggio, nel 1861, con una scorta di uova che si rivelò, due mesi dopo, quasi totalmente infetta. Per Lavilledieu, come per tante altre città che fondavano la propria ricchezza sulla produzione della seta, quell’anno sembrò rappresentare l’inizio della fine. La scienza si dimostrava incapace di comprendere le cause delle epidemie. E tutto il mondo, fin nelle sue regioni più lontane, sembrava prigioniero di quel sortilegio senza spiegazioni.

– Quasi tutto il mondo -, disse piano Baldabiou. – Quasi -, versando due dita di acqua nel suo Pernod.

Baldabiou era l’uomo che vent’anni prima era entrato in paese, aveva puntato diritto all’ufficio del sindaco, era entrato senza farsi annunciare, gli aveva appoggiato sulla scrivania una sciarpa di seta color tramonto, e gli aveva chiesto

– Sapete cos’è questa?

– Roba da donna.

– Sbagliato. Roba da uomini: denaro.

Il sindaco lo fece sbattere fuori. Lui costruì una filanda, giù al fiume, un capannone per l’allevamento di bachi, a ridosso del bosco, e una chiesetta dedicata a Sant’Agnese, all’incrocio della strada per Vivier. Assunse una trentina di lavoranti, fece arrivare dall’Italia una misteriosa macchina di legno, tutta ruote e ingranaggi, e non disse più nulla per sette mesi. Poi tornò dal sindaco, appoggiandogli sulla scrivania, ben ordinati, trentamila franchi in banconote di grosso taglio.

– Sapete cosa sono questi?

– Soldi.

– Sbagliato. Sono la prova che voi siete un coglione.

Poi li riprese, li infilò nella borsa e fece per andarsene.

Il sindaco lo fermò.

– Cosa diavolo dovrei fare?

– Niente: e sarete il sindaco di un paese ricco.

Cinque anni dopo Lavilledieu aveva sette filande ed era diventato uno dei principali centri europei di bachicoltura e filatura della seta. Non era tutto proprietà di Baldabiou. Altri notabili e proprietari terrieri della zona l’avevano seguito in quella curiosa avventura imprenditoriale. A ciascuno, Baldabiou aveva svelato, senza problemi, i segreti del mestiere. Questo lo divertiva molto più che fare soldi a palate. Insegnare. E avere segreti da raccontare. Era un uomo fatto così.

Baldabiou era, anche, l’uomo che otto anni prima aveva cambiato la vita di Hervé Joncour. Erano i tempi in cui le prime epidemie avevano iniziato a intaccare la produzione europea di uova di baco. Senza scomporsi Baldabiou aveva studiato la situazione ed era giunto alla conclusione che il problema non andava risolto, ma aggirato. Aveva un’idea, gli mancava l’uomo giusto Si accorse di averlo trovato quando vide Hervé Joncour passare davanti al caffè di Verdun, elegante nella sua divisa da sottotenente di fanteria e fiero nella sua andatura da militare in licenza. Aveva 24 anni, allora Baldabiou lo invitò a casa sua, gli squadernò davanti un atlante pieno di nomi esotici e gli disse

– Congratulazioni. Hai finalmente trovato un lavoro serio, ragazzo.

Hervé Joncour stette a sentire tutta una storia che parlava di bachi, di uova, di Piramidi e di viaggi in nave. Poi disse

– Non posso.

– Perché?

– Fra due giorni mi finisce la licenza, devo tornare a Parigi.

– Carriera militare?

– Sì. Così ha voluto mio padre.

– Non è un problema.

Prese Hervé Joncour e lo portò dal padre.

– Sapete chi è questo? -, gli chiese dopo essere entrato nel suo studio senza farsi annunciare

– Mio figlio.

– Guardate meglio.

Il sindaco si lasciò andare contro lo schienale della sua poltrona in pelle, incominciando a sudare.

– Mio figlio Hervé, che fra due giorni tornerà a Parigi, dove lo attende una brillante carriera nel nostro esercito, se Dio e Sant’Agnese vorranno.

– Esatto. Solo che Dio è occupato altrove e Sant’Agnese detesta i militari.

Un mese dopo Hervé Joncour partì per l’Egitto.

Viaggiò su una nave che si chiamava Adel. Nelle cabine arrivava l’odore di cucina, c’era un inglese che diceva di aver combattuto a Waterloo, la sera del terzo giorno videro dei delfini luccicare all’orizzonte come onde ubriache, alla roulette veniva fuori sempre il sedici.

Tornò due mesi dopo – la prima domenica di aprile, in tempo per la Messa grande – con migliaia di uova tenute tra la bambagia in due grandi scatole di legno. Aveva un sacco di cose da raccontare. Ma quel che gli disse Baldabiou, quando rimasero soli, fu

– Dimmi dei delfini.

– Dei delfini?

– Di quando li hai visti.

Questo era Baldabiou.

Nessuno sapeva quanti anni avesse.

– Quasi tutto il mondo -, disse piano Baldabiou. – Quasi -, versando due dita di acqua nel suo Pernod.

Notte d’ agosto, dopo mezzanotte. A quell’ora, di solito, Verdun aveva già chiuso da un pezzo. Le sedie erano rovesciate, in ordine, sui tavoli. Il bancone l’aveva pulito, e tutto il resto. Non c’era che spegnere le luci, e chiudere. Ma Verdun aspettava: Baldabiou parlava.

Seduto di fronte a lui, Hervé Joncour, con una sigaretta spenta tra le labbra, ascoltava, immobile. Come otto anni prima, lasciava che quell’uomo gli riscrivesse ordinatamente il destino. La sua voce gli arrivava debole e nitida, sincopata dai periodici sorsi di Pernod. Non si fermò per minuti e minuti. L’ultima cosa che disse fu

– Non c’è scelta. Se vogliamo sopravvivere, dobbiamo arrivare laggiù.

Silenzio.

Verdun, appoggiato al bancone, alzò lo sguardo verso i due.

Baldabiou si impegnò a trovare ancora un sorso di Pernod nel fondo del bicchiere.

Hervé Joncour posò la sigaretta sul bordo del tavolo prima di dire

– E dove sarebbe, di preciso, questo Giappone?

Baldabiou alzò la canna del suo bastone puntandola oltre i tetti di Saint-August.

– Sempre dritto di là.

Disse.

– Fino alla fine del mondo.

A quei tempi il Giappone era, in effetti, dall’altra parte del mondo. Era un’isola fatta di isole, e per duecento anni era vissuta completamente separata dal resto dell’umanità, rifiutando qualsiasi contatto con il continente e vietando l’accesso a qualsiasi straniero. La costa cinese distava quasi duecento miglia, ma un decreto imperiale aveva provveduto a renderla ancora più lontana, proibendo in tutta l’isola la costruzione di barche con più di un albero. Secondo una logica a suo modo illuminata, la legge non vietava peraltro di espatriare: ma condannava a morte quelli che tentavano di tornare. I mercanti cinesi, olandesi e inglesi avevano cercato ripetutamente di rompere quell’assurdo isolamento, ma avevano ottenuto soltanto di metter su una fragile e pericolosa rete di contrabbando. Ci avevano guadagnato pochi soldi, molti guai e alcune leggende, buone da vendere nei porti, la sera. Dove loro avevano fallito, ebbero successo, grazie alla forza delle armi, gli americani. Nel luglio del 1853 il commodoro Matthew C. Perry entrò nella baia di Yokohama con una moderna flotta di navi a vapore, e consegnò ai giapponesi un ultimatum in cui si “auspicava” l’apertura dell’isola agli stranieri.

I giapponesi non avevano mai visto prima una nave capace di risalire il mare controvento.

Quando, sette mesi dopo, Perry tornò per ricevere la risposta al suo ultimatum, il governo militare dell’isola si piegò a firmare un accordo in cui si sanciva l’apertura agli stranieri di due porti nel nord del Paese, e l’avvio di alcuni primi, misurati, rapporti commerciali. Il mare intorno a quest’isola – dichiarò il commodoro con una certa solennità – è da oggi molto meno profondo.

Baldabiou conosceva tutte queste storie. Soprattutto conosceva una leggenda che ripetutamente tornava nei racconti di chi, laggiù, era stato. Diceva che in quell’isola producevano la più bella seta del mondo. Lo facevano da più di mille anni, secondo riti e segreti che avevano raggiunto una mistica esattezza. Quel che Baldabiou pensava era che non si trattasse di una leggenda, ma della pura e semplice verità. Una volta aveva tenuto tra le dita un velo tessuto con filo di seta giapponese. Era come tenere tra le dita il nulla. Così, quando tutto sembrò andare al diavolo per quella storia della pebrina e delle uova malate, quel che pensò fu:

– Quell’isola è piena di bachi. E un’isola in cui per duecento anni non è riuscito ad arrivare un mercante cinese o un assicuratore inglese è un’isola in cui nessuna malattia arriverà mai.

Non si limitò a pensarlo: lo disse a tutti i produttori di seta di Lavilledieu, dopo averli convocati al caffè di Verdun. Nessuno di loro aveva mai sentito parlare del Giappone.

– Dovremmo attraversare il mondo per andarci a comprare delle uova come dio comanda in un posto in cui se vedono uno straniero lo impiccano?

– Lo impiccavano -, chiarì Baldabiou.

Non sapevano cosa pensare. A qualcuno venne in mente un’obiezione.

– Ci sarà una ragione se nessuno al mondo ha pensato di andare a comprare le uova laggiù.

Baldabiou poteva bluffare ricordando che nel resto del mondo non c’era nessun altro Baldabiou. Ma preferì dire le cose come stavano.

– I giapponesi si sono rassegnati a vendere la loro seta. Ma le uova, quelle no. Se le tengono strette. E se provi a portarle fuori da quell’isola, quel che fai è un crimine.

I produttori di seta di Lavilledieu erano, chi più chi meno, dei gentiluomini, e mai avrebbero pensato di infrangere una qualsiasi legge nel loro Paese. L’ipotesi di farlo dall’altra parte del mondo, tuttavia, risultò loro ragionevolmente sensata.

Era il 1861. Flaubert stava finendo Salammbô, l’illuminazione elettrica era ancora un’ipotesi e Abramo Lincoln, dall’altra parte dell’Oceano, stava combattendo una guerra di cui non avrebbe mai visto la fine. I bachicultori di Lavilledieu si unirono in consorzio e raccolsero la cifra, considerevole, necessaria alla spedizione. A tutti sembrò logico affidarla a Hervé Joncour.

Quando Baldabiou gli chiese di accettare, lui rispose con una domanda.

– E dove sarebbe, di preciso, questo Giappone?

Sempre dritto di là. Fino alla fine del mondo.

Partì il 6 ottobre. Da solo.

Alle porte di Lavilledieu strinse a sé la moglie Hélène e le disse semplicemente

– Non devi avere paura di nulla.

Era una donna alta, si muoveva con lentezza, aveva lunghi capelli neri che non raccoglieva mai sul capo.

Aveva una voce bellissima.

Hervé Joncour partì con ottantamila franchi in oro e i nomi di tre uomini, procuratigli da Baldabiou: un cinese, un olandese e un giapponese. Varcò il confine vicino a Metz, attraversò il Württemberg e la Baviera, entrò in Austria, raggiunse in treno Vienna e Budapest per poi proseguire fino a Kiev. Percorse a cavallo duemila chilometri di steppa russa, superò gli Urali, entrò in Siberia, viaggiò per quaranta giorni fino a raggiungere il lago Bajkal, che la gente del luogo chiamava: mare. Ridiscese il corso del fiume Amur, costeggiando il confine cinese fino all’Oceano, e quando arrivò all’Oceano si fermò nel porto di Sabirk per undici giorni, finché una nave di contrabbandieri olandesi non lo portò a Capo Teraya, sulla costa ovest del Giappone. A piedi, percorrendo strade secondarie, attraversò le province di Ishikawa, Toyama, Niigata, entrò in quella di Fukushima e raggiunse la città di Shirakawa, la aggirò sul lato est, aspettò due giorni un uomo vestito di nero che lo bendò e lo portò in un villaggio sulle colline dove trascorse una notte e il mattino dopo trattò l’acquisto delle uova con un uomo che non parlava e che aveva il volto coperto da un velo di seta. Nera. Al tramonto nascose le uova tra i bagagli, voltò le spalle al Giappone, e si accinse a prendere la via del ritorno.

Aveva appena lasciato le ultime case del paese quando un uomo lo raggiunse, correndo, e lo fermò. Gli disse qualcosa in tono concitato e perentorio, poi lo riaccompagnò indietro, con cortese fermezza.

Hervé Joncour non parlava giapponese, né era in grado di comprenderlo. Ma capì che Hara Kei voleva vederlo.

Fecero scorrere un pannello di carta di riso, e Hervé Joncour entrò. Hara Kei era seduto a gambe incrociate, per terra, nell’angolo più lontano della stanza. Indossava una tunica scura, non portava gioielli. Unico segno visibile del suo potere, una donna sdraiata accanto a lui, immobile, la testa appoggiata sul suo grembo, gli occhi chiusi, le braccia nascoste sotto l’ampio vestito rosso che si allargava tutt’intorno, come una fiamma sulla stuoia color cenere. Lui le passava lentamente una mano nei capelli: sembrava accarezzasse il manto di un animale prezioso, e addormentato.

Hervé Joncour attraversò la stanza, aspettò un cenno dell’ospite, e si sedette di fronte a lui. Rimasero in silenzio, a guardarsi negli occhi. Arrivò un servo, impercettibile, e posò davanti a loro due tazze di tè. Poi sparì nel nulla. Allora Hara Kei iniziò a parlare, nella sua lingua, con una voce cantilenante, disciolta in una sorta di falsetto fastidiosamente artificioso. Hervé Joncour ascoltava. Teneva gli occhi fissi in quelli di Hara Kei e solo per un istante, quasi senza accorgersene, li abbassò sul volto della donna.

Era il volto di una ragazzina.

Li rialzò.

Hara Kei si interruppe, sollevò una delle tazze di tè, a porto alle labbra, lasciò passare qualche istante e disse

– Provate a dirmi chi siete.

Lo disse in francese, strascicando un po’ le vocali, con una voce rauca, vera.

 All’uomo più imprendibile del Giappone, al padrone di tutto ciò che il mondo riusciva a portare via da quell’isola, Hervé Joncour provò a raccontare chi era. Lo fece nella propria lingua, parlando lentamente, senza sapere con precisione se Hara Kei fosse in grado di capire. Istintivamente rinunciò a qualsiasi prudenza, riferendo senza invenzioni e senza omissioni tutto ciò che era vero, semplicemente. Allineava piccoli particolari e cruciali eventi con voce uguale e gesti appena accennati, mimando l’ipnotica andatura, malinconica e neutrale, di un catalogo di oggetti scampati a un incendio.

Hara Kei ascoltava, senza che l’ombra di un’espressione scomponesse i tratti del suo volto. Teneva gli occhi fissi sulle labbra di Hervé Joncour, come se fossero le ultime righe di una lettera d’addio. Nella stanza era tutto così silenzioso e immobile che parve un evento immane ciò che accadde all’improvviso, e che pure fu un nulla.

D’un tratto,

senza muoversi minimamente,

quella ragazzina,

aprì gli occhi.

Hervé Joncour non smise di parlare ma abbassò istintivamente lo sguardo su di lei e quel che vide, senza smettere di parlare, fu che quegli occhi non avevano un taglio orientale, e che erano puntati, con un’intensità sconcertante, Su di lui: come se fin dall’inizio non avessero fatto altro, da sotto le palpebre. Hervé Joncour girò lo sguardo altrove, con tutta la naturalezza di cui fu capace, cercando di continuare il suo racconto senza che nulla, nella sua voce, apparisse differente. Si interruppe solo quando gli occhi gli caddero sulla tazza di te, posata per terra, davanti a lui. La prese con una mano, la portò alle labbra, e bevve lentamente. Ricominciò a parlare, mentre la posava di nuovo davanti a sé.

La Francia, i viaggi per mare, il profumo dei gelsi a Lavilledieu, i treni a vapore, la voce di Hélène. Hervé Joncour continuò a raccontare la sua vita, come mai, nella sua vita, aveva fatto. Quella ragazzina continuava a fissarlo, con una violenza che strappava a ogni sua parola l’obbligo di suonare memorabile. La stanza sembrava ormai essere scivolata in un’immobilità senza ritorno quando d’improvviso, e in modo assolutamente silenzioso, lei spinse una mano fuori dal vestito, facendola scivolare sulla stuoia, davanti a sé. Hervé Joncour vide arrivare quella macchia pallida ai margini del suo campo visivo, la vide sfiorare la tazza di tè di Hara Kei e poi, assurdamente, continuare a scivolare fino a stringere senza esitazioni l’altra tazza, che era inesorabilmente la tazza in cui lui aveva bevuto, sollevarla leggermente e portarla via con sé. Hara Kei non aveva smesso per un attimo di fissare senza espressione le labbra di Hervé Joncour.

La ragazzina sollevò leggermente il capo.

Per la prima volta staccò gli occhi da Hervé Joncour e li posò sulla tazza.

Lentamente, la ruotò fino ad avere sulle labbra il punto preciso in cui aveva bevuto lui.

Socchiudendo gli occhi, bevve un sorso di tè.

Allontanò la tazza dalle labbra.

La fece riscivolare dove l’aveva raccolta.

Fece sparire la mano sotto il vestito.

Tornò ad appoggiare la testa sul grembo di Hara Kei.

Gli occhi aperti, fissi in quelli di Hervé Joncour.

Hervé Joncour parlò ancora a lungo. Si interruppe solo quando Hara Kei staccò gli occhi da lui e accennò un inchino, col capo.

Silenzio.

In francese, strascicando un po’ le vocali, con voce rauca, vera, Hara Kei disse

– Se vorrete, mi piacerà vedervi tornare.

Per la prima volta sorrise.

– Le uova che avete con voi sono uova di pesce, valgono poco più di niente.

Hervé Joncour abbassò lo sguardo. C’era la sua tazza di tè, di fronte a lui. La prese e incominciò a girarla e a osservarla, come se stesse cercando qualcosa, sul filo colorato del suo bordo. Quando trovò ciò che cercava, vi appoggiò le labbra, e bevve fino in fondo. Poi ripose la tazza davanti a sé e disse

– Lo so.

Hara Kei rise divertito.

– E’ per questo che avete pagato con dell’oro falso?

– Ho pagato quello che ho comprato.

Hara Kei ridiventò serio.

– Quando uscirete di qui avrete ciò che volete.

– Quando uscirò da quest’isola, vivo,  riceverete l’oro che vi spetta. Avete la mia parola.

Hervé Joncour non aspettò nemmeno la risposta. Si alzò, fece qualche passo indietro, poi s’inchinò.

L’ultima cosa che vide, prima di uscire, furono gli occhi di lei, fissi nei suoi, perfettamente muti.

Sei giorni dopo Hervé Joncour si imbarcò, a Takaoka, su una nave di contrabbandieri olandesi che lo portò a Sabirk. Da lì risalì il confine cinese fino al lago Bajkal, attraversò quattromila chilometri di terra siberiana, superò gli Urali, raggiunse Kiev e in treno percorse tutta l’Europa, da est a ovest, fino ad arrivare, dopo tre mesi di viaggio, in Francia. La prima domenica di aprile – in tempo per la Messa grande – giunse alle porte di Lavilledieu. Si fermò, ringraziò Iddio, ed entrò nel paese a piedi, contando i suoi passi, perché ciascuno avesse un nome, e per non dimenticarli mai più.

– Com’è la fine del mondo? -, gli chiese Baldabiou.

– Invisibile.

Alla moglie Hélène portò in dono una tunica di seta che ella, per pudore, non indossò mai. Se la tenevi tra le dita, era come stringere il nulla.

Le uova che Hervé Joncour aveva portato dal Giappone – attaccate a centinaia su piccoli fogli di corteccia di gelso – si rivelarono perfettamente sane. La produzione di seta, nella zona di Lavilledieu, fu quell’anno straordinaria, per quantità e qualità. Si decise l’apertura di altre due filande, e Baldabiou fece erigere un chiostro di fianco alla chiesetta di Sant’Agnese. Non è chiaro perché, ma lo aveva immaginato rotondo, così ne affidò il progetto a un architetto spagnolo che si chiamava Juan Benitez, e che godeva di una certa notorietà nel ramo Plazas de Toros.

– Naturalmente niente sabbia, in mezzo, ma un giardino. E se fosse possibile teste di delfino, al posto di quelle di toro, all’entrata.

– ¿Delfino, señor?

– Hai presente il pesce, Benitez?

Hervé Joncour fece due conti e si scoprì ricco. Acquistò trenta acri di terra, a sud della sua proprietà, e occupò i mesi dell’estate a disegnare un parco dove sarebbe stato lieve, e silenzioso, passeggiare. Lo immaginava invisibile come la fine del mondo. Ogni mattina si spingeva fin da Verdun, dove ascoltava le storie del paese e sfogliava le gazzette arrivate da Parigi. La sera rimaneva a lungo, sotto il portico della sua casa, seduto accanto alla moglie Hélène. Lei leggeva un libro, ad alta voce, e questo lo rendeva felice perché pensava non ci fosse voce più bella di quella, al mondo.

Compì 33 anni il 4 settembre 1862. Pioveva la sua vita, davanti ai suoi occhi, spettacolo quieto.

– Non devi avere paura di nulla.

Poiché Baldabiou aveva deciso così, Hervé Joncour ripartì per il Giappone il primo giorno d’ottobre. Varcò il confine francese vicino a Metz, attraversò il Württemberg e la Baviera, entrò in Austria, raggiunse in treno Vienna e Budapest per poi proseguire fino a Kiev.

Percorse a cavallo duemila chilometri di steppa russa, superò gli Urali, entrò in Siberia, viaggiò per quaranta giorni fino a raggiungere il lago Bajkal, che la gente del luogo chiamava: il demonio. Ridiscese il corso del fiume Amur, costeggiando il confine cinese fino all’Oceano, e quando arrivò all’Oceano si fermò nel porto di Sabirk per undici giorni, finché una nave di contrabbandieri olandesi non lo portò a Capo Teraya, sulla costa ovest del Giappone. A piedi, percorrendo strade secondarie, attraversò le province di Ishikawa, Toyama, Niigata, entrò in quella di Fukushima e raggiunse la città di Shirakawa, la aggirò sul lato est e aspettò due giorni un uomo vestito di nero che lo bendò e lo portò al villaggio di Hara Kei. Quando poté riaprire gli occhi si trovò davanti due servi che gli presero il bagaglio e lo condussero fino ai margini di un bosco dove gli indicarono un sentiero e lo lasciarono solo. Hervé Joncour prese a camminare nell’ombra che gli alberi, intorno e sopra di lui, tagliavano via dalla luce del giorno. Si fermò soltanto quando d’improvviso la vegetazione si aprì, per un istante, come una finestra, sul bordo del sentiero. Si vedeva un lago, una trentina di metri più in basso. E sulla riva del lago, accovacciati per terra, di spalle, Hara Kei e una donna in un abito color arancio, i capelli sciolti sulle spalle. Nell’istante in cui Hervé Joncour la vide, lei si voltò, lentamente e per un attimo, giusto il tempo di incrociare il suo sguardo.

I suoi occhi non avevano un taglio orientale, e il suo volto era il volto di una ragazzina.

Hervé Joncour riprese a camminare, nel folto del bosco, e quando ne uscì si trovò sul bordo del lago.

Pochi passi davanti a lui, Hara Kei, solo, di spalle, sedeva immobile, vestito di nero. Accanto a lui c’era un abito color arancio, abbandonato in terra, e due sandali di paglia. Hervé Joncour si avvicinò. Minuscole onde circolari posavano l’acqua del lago sulla riva, come spedite, lì, da lontano.

– Il mio amico francese -, mormorò Hara Kei, senza voltarsi.

Passarono ore, seduti uno accanto all’altro, a parlare e a tacere. Poi Hara Kei si alzò e Hervé Joncour lo seguì. Con un gesto impercettibile, prima di avviarsi al sentiero lasciò cadere uno dei suoi guanti accanto all’abito color arancio, abbandonato sulla riva. Arrivarono al paese che era già sera.

Hervé Joncour rimase ospite di Hara Kei per quattro giorni. Era come vivere alla corte di un re. Tutto il paese esisteva per quell’uomo, e non c’era quasi gesto, su quelle colline, che non fosse compiuto in sua difesa e per il suo piacere. La vita brulicava sottovoce, si muoveva con una lentezza astuta, come un animale braccato nella tana. Il mondo sembrava lontano secoli.

Hervé Joncour aveva una casa per sé, e cinque servitori che lo seguivano ovunque. Mangiava da solo, all’ombra di un albero colorato di fiori che non aveva mai visto. Due volte al giorno gli servivano con una certa solennità il tè. La sera, lo accompagnavano nella sala più grande della casa, dove il pavimento era di pietra, e dove consumava il rito del bagno. Tre donne, anziane, il volto coperto da una sorta di cerone bianco, facevano colare l’acqua sul suo corpo e lo asciugavano con panni di seta, tiepidi. Avevano mani legnose, ma leggerissime.

Il mattino del secondo giorno, Hervé Joncour vide arrivare nel paese un bianco: accompagnato da due carri pieni di grandi casse di legno. Era un inglese. Non era li per comprare. Era lì per vendere.

– Armi, monsieur. E voi?

– Io compro. Bachi da seta.

Cenarono insieme. L’inglese aveva molte storie da raccontare: erano otto anni che andava avanti e indietro dall’Europa al Giappone. Hervé Joncour lo stette ad ascoltare e solo alla fine gli chiese

– Voi conoscete una donna, giovane, europea credo, bianca, che vive qui?

L’inglese continuò a mangiare, impassibile.

– Non esistono donne bianche in Giappone. Non c’è una sola donna bianca, in Giappone.

Partì il giorno dopo, carico d’oro.

Hervé Joncour rivide Hara Kei solo il mattino del terzo giorno. Si accorse che i suoi cinque servitori erano improvvisamente spariti, come d’incanto, e dopo qualche istante lo vide arrivare. Quell’uomo per cui tutti, in quel paese, esistevano, si muoveva sempre in una bolla di vuoto. Come se un tacito precetto ordinasse al mondo di lasciarlo vivere solo.

Salirono insieme il fianco della collina, fino ad arrivare in una radura dove il cielo era rigato dal volo di decine di uccelli dalle grandi ali azzurre.

– La gente di qui li guarda volare, e nel loro volo legge il futuro.

Disse Hara Kei.

– Quando ero un ragazzo mio padre mi portò in un posto come questo, mi mise in mano il suo arco e mi ordinò di tirare a uno di loro. Io lo feci, e un grande uccello, dalle ali azzurre, piombò a terra, come una pietra morta. Leggi il volo della tua freccia se vuoi sapere il tuo futuro, mi disse mio padre.

Volavano lenti, salendo e scendendo nel cielo, come se volessero cancellarlo, meticolosamente, con le loro ali.

Tornarono al paese camminando nella luce strana di un pomeriggio che sembrava sera. Arrivati alla casa di Hervé Joncour, si salutarono. Hara Kei si voltò e prese a camminare lento, scendendo per la strada che costeggiava il fiume. Hervé Joncour rimase in piedi, sulla soglia, a guardarlo: aspettò che fosse distante una ventina di passi, poi disse

– Quando mi direte chi è quella ragazzina?

Hara Kei continuò a camminare, con un passo lento a cui non apparteneva alcuna stanchezza. Intorno era il silenzio più assoluto, e il vuoto. Come per un singolare precetto, ovunque andasse, quell’uomo andava in una solitudine incondizionata, e perfetta.

Il mattino dell’ultimo giorno, Hervé Joncour uscì dalla sua casa e si mise a vagabondare per il villaggio. Incrociava uomini che si inchinavano al suo passaggio e donne che, abbassando lo sguardo, gli sorridevano. Capì di essere arrivato vicino alla dimora di Hara Kei quando vide un’immane voliera che custodiva un numero incredibile di uccelli, di ogni tipo: uno spettacolo. Hara Kei gli aveva raccontato che se li era fatti portare da tutte le parti del mondo. Ce n’erano alcuni che valevano più di tutta la seta che Lavilledieu poteva produrre in un anno. Hervé Joncour si fermò a guardare quella magnifica follia. Si ricordò di aver letto in un libro che gli uomini orientali, per onorare la fedeltà delle loro amanti, non erano soliti regalar loro gioielli: ma uccelli raffinati, e bellissimi.

La dimora di Hara Kei sembrava annegata in un lago di silenzio. Hervé Joncour si avvicinò e si fermò a pochi metri dall’ingresso. Non c’erano porte, e sulle pareti di carta comparivano e scomparivano ombre che non seminavano alcun rumore. Non sembrava vita: se c’era un nome per tutto quello, era: teatro. Senza sapere cosa, Hervé Joncour si fermò ad aspettare: immobile, in piedi, a pochi metri dalla casa. Per tutto il tempo che concesse al destino, solo ombre e silenzi furono ciò che quel singolare palcoscenico lasciò filtrare. Così si voltò, Hervé Joncour, alla fine, e riprese a camminare, veloce, verso casa. Col capo chino, guardava i suoi passi, giacché questo lo aiutava a non pensare.

La sera Hervé Joncour preparò i bagagli. Poi si lasciò portare nella grande stanza lastricata di pietra, per il rito del bagno. Si sdraiò, chiuse gli occhi, e pensò alla grande voliera, folle pegno d’amore. Gli posarono sugli occhi un panno bagnato. Non lo avevano mai fatto prima. Istintivamente fece per toglierselo ma una mano prese la sua e la fermò. Non era la mano vecchia di una vecchia.

Hervé Joncour sentì l’acqua colare sul suo corpo, sulle gambe prima, e poi lungo le braccia, e sul petto.

Acqua come olio. E un silenzio strano, intorno. Sentì la leggerezza di un velo di seta che scendeva su di lui. E le mani di una donna – di una donna – che lo asciugavano accarezzando la sua pelle, ovunque: quelle mani e quel tessuto filato di nulla. Lui non si mosse mai, neppure quando sentì le mani salire dalle spalle al collo e le dita – la seta e le dita – salire fino alle sue labbra, e sfiorarle, una volta, lentamente, e sparire.

Hervé Joncour sentì ancora il velo di seta alzarsi e staccarsi da lui. L’ultima cosa fu una mano che apriva la sua e nel suo palmo posava qualcosa.

Aspettò a lungo, nel silenzio, senza muoversi. Poi lentamente si tolse il panno bagnato dagli occhi. Non c’era quasi più luce, nella stanza. Non c’era nessuno, intorno. Si alzò, prese la tunica che giaceva piegata per terra, se la appoggiò sulle spalle, uscì dalla stanza, attraversò la casa, arrivò davanti alla sua stuoia, e si sdraiò. Si mise a osservare la fiamma che tremava, minuta, nella lanterna. E, con cura, fermò il Tempo, per tutto il tempo che desiderò.

Fu un nulla, poi, aprire la mano, e vedere quel foglio. Piccolo. Pochi ideogrammi disegnati uno sotto l’altro. Inchiostro nero.

Il giorno dopo, presto, al mattino, Hervé Joncour parti.

Nascoste tra i bagagli, portava con sé migliaia di uova di baco, e cioè il futuro di Lavilledieu, e il lavoro per centinaia di persone, e la ricchezza per una decina di loro. Dove la strada curvava a sinistra, nascondendo per sempre dietro il profilo della collina la vista del villaggio, si fermò, senza badare ai due uomini che lo accompagnavano. Scese da cavallo e rimase per un po’ sul bordo della strada, con lo sguardo fisso a quelle case, arrampicate sul dorso della collina.

Sei giorni dopo Hervé Joncour si imbarcò, a Takaoka, su una nave di contrabbandieri olandesi che lo portò a Sabirk. Da lì risalì il confine cinese fino al lago Bajkal, attraversò quattromila chilometri di terra siberiana, superò gli Urali, raggiunse Kiev e in treno percorse tutta l’Europa, da est a ovest, fino ad arrivare dopo tre mesi di viaggio, in Francia. La prima domenica di aprile – in tempo per la Messa grande – giunse alle porte di Lavilledieu. Vide sua moglie Hélène corrergli incontro, e sentì il profumo della sua pelle quando la strinse a sé, e il velluto della sua voce quando gli disse

– Sei tornato.

Dolcemente.

– Sei tornato.

A Lavilledieu la vita scorreva semplice, ordinata da una metodica normalità. Hervé Joncour se la lasciò scivolare addosso per quarantun giorni. Il quarantaduesimo si arrese, aprì un cassetto del suo baule da viaggio, tirò fuori una mappa del Giappone, la aprì e prese il foglietto che vi aveva nascosto dentro, mesi prima. Pochi ideogrammi disegnati uno sotto l’altro. Inchiostro nero.

Si sedette alla scrivania, e a lungo rimase a osservarlo.

Trovò Baldabiou da Verdun, al biliardo. Giocava sempre da solo, contro se stesso. Partite strane. Il sano contro il monco, le chiamava. Faceva un colpo normalmente, e quello dopo con una mano sola. Il giorno che vincerà il monco – diceva – me ne andrò da questa città. Da anni, il monco perdeva.

– Baldabiou, devo trovare qualcuno, qui, che sappia leggere il giapponese.

Il monco staccò un due sponde con effetto a rientrare.

– Chiedi a Hervé Joncour, lui sa tutto.

– Io non ne capisco niente.

– Sei tu il giapponese, qui.

– Ma non ci capisco niente lo stesso.

Il sano si chinò sulla stecca e fece partire una candela da sei punti.

– Allora non resta che Madame Blanche. Ha un negozio di tessuti, a Nîmes. Sopra il negozio c’è un bordello. Roba sua anche quella. E’ ricca. Ed è giapponese.

– Giapponese? E come ci è arrivata qui?

– Non chiederglielo, se vuoi avere qualcosa da lei. Merda.

Il monco aveva appena sbagliato un tre sponde da quattordici punti.

A sua moglie Hélène, Hervé Joncour disse che doveva andare a Nîmes, per affari. E che sarebbe tornato il giorno stesso.

Salì al primo piano, sopra il negozio di tessuti, al 12 di rue Moscat, e chiese di Madame Blanche. Lo fecero aspettare a lungo. Il salone era arredato come per una festa iniziata da anni e finita mai più. Le ragazze erano tutte giovani e francesi. C’era un pianista che suonava, con la sordina, motivi che sapevano di Russia. Alla fine di ogni pezzo si passava la mano destra tra i capelli e mormorava piano

– Voilà.

Hervé Joncour attese per un paio d’ore. Poi lo accompagnarono lungo il corridoio, fino all’ultima porta. Lui l’aprì, ed entrò.

Madame Blanche era seduta su una grande poltrona, accanto alla finestra. Indossava un kimono di stoffa leggera: completamente bianco. Alle dita, come fossero anelli, portava dei piccoli fiori di color blu intenso. I capelli neri, lucidi, il volto orientale, perfetto.

– Cosa vi fa pensare di essere così ricco da poter venire a letto con me?

Hervé Joncour rimase in piedi, davanti a lei, con il cappello in mano.

– Ho bisogno di un favore da voi. Non importa a che prezzo.

Poi prese nella tasca interna della giacca un piccolo foglio, piegato in quattro, e glielo porse.

– Devo sapere cosa c’è scritto.

Madame Blanche non si mosse di un millimetro. Teneva le labbra socchiuse, sembravano la preistoria di un sorriso.

– Vi prego, madame.

Non aveva nessuna ragione al mondo per farlo. Eppure, prese il foglio, lo aprì, lo guardò. Alzò gli occhi su Hervé Joncour, li riabbassò. Richiuse il foglio, lentamente. Quando si sporse in avanti, per restituirlo, il kimono le si aprì di un nulla, sul petto. Hervé Joncour vide che non aveva niente, sotto, e che la sua pelle era giovane e candida.

– Tornate, o morirò.

Lo disse con voce fredda, guardando Hervé Joncour negli occhi, e senza farsi sfuggire la minima espressione.

Tornate, o morirò.

Hervé Joncour rimise il foglietto nella tasca interna della giacca.

– Grazie.

Accennò un inchino, poi si voltò, andò verso la porta e fece per posare alcune banconote sul tavolo.

– Lasciate perdere.

Hervé Joncour esitò un attimo.

– Non parlo dei soldi. Parlo di quella donna. Lasciate perdere. Non morirà e voi lo sapete.

Senza voltarsi, Hervé Joncour appoggiò le banconote sul tavolo, aprì la porta e se ne andò.

Diceva Baldabiou che venivano da Parigi, talvolta, per fare l’amore con Madame Blanche. Tornati nella capitale, sfoggiavano sul bavero della giacca da sera alcuni fiori blu, quelli che lei portava sempre tra le dita, come se fossero anelli.

Per la prima volta nella sua vita, Hervé Joncour portò la moglie, quell’estate, in Riviera. Si stabilirono per due settimane in un albergo di Nizza, frequentato per lo più da inglesi e noto per le serate musicali che offriva ai clienti. Hélène si era convinta che in un posto così bello sarebbero riusciti a concepire il figlio che, invano, avevano aspettato per anni. Insieme decisero che sarebbe stato maschio. E che si sarebbe chiamato Philippe. Partecipavano con discrezione alla vita mondana della stazione balneare, divertendosi poi, chiusi nella loro stanza, a ridere dei tipi strani che avevano incontrato. A concerto, una sera, conobbero un commerciante di pelli, polacco: diceva che era stato in Giappone.

La notte prima di partire, accadde a Hervé Joncour di svegliarsi, quando ancora era buio, e di alzarsi, e di avvicinarsi al letto di Hélène. Quando lei aprì gli occhi lui sentì la propria voce dire piano:

– Io ti amerò per sempre.

Agli inizi di settembre i bachicultori di Lavilledieu si riunirono per stabilire cosa fare. Il governo aveva mandato a Nîmes un giovane biologo incaricato di studiare la malattia che rendeva inutilizzabili le uova prodotte in Francia. Si chiamava Louis Pasteur: lavorava con dei microscopi capaci di vedere l’invisibile: dicevano che avesse già ottenuto risultati straordinari. Dal Giappone arrivavano notizie di un’imminente guerra civile, fomentata dalle forze che si opponevano all’ingresso degli stranieri nel Paese. Il consolato francese, da poco installato a Yokohama, mandava dispacci che sconsigliavano per il momento di intraprendere rapporti commerciali con l’isola, invitando ad aspettare tempi migliori. Inclini alla prudenza e sensibili ai costi enormi che ogni spedizione clandestina in Giappone comportava, molti dei notabili di Lavilledieu avanzarono l’ipotesi di sospendere i viaggi di Hervé Joncour e di affidarsi per quell’anno alle partite di uova, blandamente affidabili, che arrivavano dai grandi importatori del Medio Oriente. Baldabiou stette ad ascoltare tutti, senza dire una parola. Quando alla fine toccò a lui parlare quel che fece fu posare il suo bastone di canna sul tavolo e alzare lo sguardo sull’uomo che sedeva di fronte a lui. E aspettare.

Hervé Joncour sapeva delle ricerche di Pasteur e aveva letto le notizie che arrivavano dal Giappone: ma si era sempre rifiutato di commentarle. Preferiva spendere il suo tempo a ritoccare il progetto del parco che voleva costruire intorno alla sua casa. In un angolo nascosto dello studio conservava un foglio piegato in quattro, con pochi ideogrammi disegnati uno sotto l’ altro, inchiostro nero. Aveva un considerevole conto in banca, conduceva una vita tranquilla e custodiva la ragionevole illusione di diventare presto padre. Quando Baldabiou alzò lo sguardo verso di lui quel che disse fu – Decidi tu, Baldabiou.

Hervé Joncour partì per il Giappone ai primi di ottobre. Varcò il confine francese vicino a Metz, attraversò il Württemberg e la Baviera, entrò in Austria, raggiunse in treno Vienna e Budapest per poi proseguire fino a Kiev. Percorse a cavallo duemila chilometri di steppa russa, superò gli Urali, entrò in Siberia, viaggiò per quaranta giorni fino a raggiungere il lago Bajkal, che la gente del luogo chiamava: l’ultimo. Ridiscese il corso del fiume Amur, costeggiando il confine cinese fino all Oceano, e quando arrivò all’Oceano si fermò nel porto di Sabirk per dieci giorni, finché una nave di contrabbandieri olandesi non lo portò a Capo Teraya, sulla costa ovest del Giappone. Quel che trovò fu un Paese in disordinata attesa di una guerra che non riusciva a scoppiare. Viaggiò per giorni senza dover ricorrere alla consueta prudenza, giacché intorno a lui la mappa dei poteri e la rete dei controlli sembravano essersi dissolte nell’imminenza di un’esplosione che le avrebbe totalmente ridisegnate. A Shirakawa incontrò l’uomo che doveva portarlo da Hara Kei. In due giorni, a cavallo, giunsero in vista del villaggio. Hervé Joncour vi entrò a piedi perché la notizia del suo arrivo potesse arrivare prima di lui.

Lo portarono in una delle ultime case del villaggio, in alto, a ridosso del bosco. Cinque servitori lo aspettavano. Affidò loro i bagagli e uscì sulla veranda. All’estremo opposto del villaggio si intravedeva il palazzo di Hara Kei, poco più grande delle altre case, ma circondato da enormi cedri che ne difendevano la solitudine.

Hervé Joncour rimase a osservarlo, come se non ci fosse null’altro, da lì all’orizzonte. Così vide,

alla fine,

all’improvviso,

il cielo sopra il palazzo macchiarsi del volo di centinaia d’uccelli, come esplosi via dalla terra, uccelli d’ogni tipo, stupefatti, fuggire ovunque, impazziti, cantando e gridando, pirotecnica esplosione di ali, e nube di colori sparata nella luce, e di suoni, impauriti, musica in fuga, nel cielo a volare.

Hervé Joncour sorrise.

 Il villaggio incominciò a brulicare come un formicaio impazzito: tutti correvano e gridavano, guardavano in alto e inseguivano quegli uccelli scappati, per anni fierezza del loro Signore, e ora beffa volante nel cielo.

Hervé Joncour uscì dalla sua casa e ridiscese il villaggio, camminando lentamente, e guardando davanti a sé con una calma infinita. Nessuno sembrava vederlo, e nulla lui sembrava vedere. Era un filo d’oro che correva diritto nella trama di un tappeto tessuto da un folle. Superò il ponte sul fiume, scese fino ai grandi cedri; entrò nella loro ombra e ne uscì. Di fronte a sé vide l’enorme voliera, con le porte spalancate, completamente vuota. E davanti ad essa, una donna. Hervé Joncour non si guardò intorno, continuò semplicemente a camminare, lento, e si fermò solo quando arrivò davanti a lei.

I suoi occhi non avevano un taglio orientale, e il suo volto era il volto di una ragazzina.

Hervé Joncour fece un passo verso di lei, allungò una mano e l’aprì. Sul palmo aveva un piccolo foglio, piegato in quattro. Lei lo vide e ogni angolo del suo volto sorrise. Appoggiò la sua mano su quella di Hervé Joncour, la strinse con dolcezza, indugiò un attimo, poi la ritrasse stringendo fra le dita quel foglio che aveva fatto il giro del mondo. L’aveva appena nascosto in una piega dell’abito, quando si sentì la voce di Hara Kei.

– Siate il benvenuto, mio amico francese.

Era a pochi passi da lì. Il kimono scuro, i capelli, neri, perfettamente raccolti sulla nuca. Si avvicinò. Si mise a osservare la voliera, guardando una a una le porte spalancate.

– Torneranno. E’ sempre difficile resistere alla tentazione di tornare, non è vero?

Hervé Joncour non rispose. Hara Kei lo guardò negli occhi, e mitemente gli disse

– Venite.

Hervé Joncour lo segui. Fece qualche passo poi girò verso la ragazza e accennò un inchino.

– Spero di rivedervi presto.

Hara Kei continuò a camminare.

– Non conosce la vostra lingua.

Disse.

– Venite.

Quella sera Hara Kei invitò Hervé Joncour nella sua casa. C’erano alcuni uomini del villaggio, e donne vestite con grande eleganza, il volto dipinto di bianco e di colori sgargianti. Si beveva sakè, si fumava in lunghe pipe di legno un tabacco dall’aroma aspro e stordente.

Arrivarono dei saltimbanchi e un uomo che strappava risate imitando uomini e animali. Tre vecchie donne suonavano degli strumenti a corda, senza mai smettere di sorridere. Hara Kei stava seduto al posto d’onore, vestito di scuro, i piedi scalzi. In un vestito di seta, splendido, la donna con il volto da ragazzina gli sedeva accanto. Hervé Joncour era all’estremo opposto della stanza: era assediato dal profumo dolciastro delle donne che gli stavano attorno e sorrideva imbarazzato agli uomini che si divertivano a raccontargli storie che lui non poteva capire. Per mille volte cercò gli occhi di lei, e per mille volte lei trovò i suoi. Era una specie di triste danza, segreta e impotente. Hervé Joncour la ballò fino a tarda notte, poi si alzò, disse qualcosa in francese per scusarsi, si liberò in qualche modo di una donna che aveva deciso di accompagnarlo e facendosi largo tra nuvole di fumo e uomini che lo apostrofavano in quella loro lingua incomprensibile, se ne andò. Prima di uscire dalla stanza, guardò un’ultima volta verso di lei. Lo stava guardando, con occhi perfettamente muti, lontani secoli.

Hervé Joncour vagabondò per il villaggio respirando l’aria fresca della notte e perdendosi tra i vicoli che risalivano il fianco della collina. Quando arrivò alla sua casa vide una lanterna, accesa, oscillare dietro alla parete di carta. Entrò, e trovò due donne, in piedi, davanti a lui. Una ragazza orientale, giovane, vestita di un semplice kimono bianco. E lei. Aveva negli occhi una specie di febbrile allegria. Non gli lasciò il tempo di fare nulla. Si avvicinò, gli prese una mano, se la portò al volto, la sfiorò con le labbra, e poi stringendola forte la posò sulle mani della ragazza che le era accanto, e la tenne lì, per un istante, perché non potesse scappare.

Staccò la sua mano, infine, fece due passi indietro, prese la lanterna, guardò per un istante negli occhi Hervé Joncour e corse via. Era una lanterna arancione. Scomparve nella notte, piccola luce in fuga.

Hervé Joncour non aveva mai visto quella ragazza, né, veramente, la vide mai, quella notte. Nella stanza senza luci sentì la bellezza del suo corpo, e conobbe le sue mani e la sua bocca. La amò per ore, con gesti che non aveva mai fatto, lasciandosi insegnare una lentezza che non conosceva. Nel buio, era un nulla amarla e non amare lei.

Poco prima dell’alba, la ragazza si alzò, indossò il kimono bianco, e se ne andò.

Di fronte alla sua casa, ad attenderlo, Hervé Joncour trovò, al mattino, un uomo di Hara Kei. Aveva con sé quindici fogli di corteccia di gelso, completamente coperti di uova: minuscole, color avorio. Hervé Joncour esaminò ogni foglio, con cura, poi trattò sul prezzo e pagò in scaglie d’oro. Prima che l’uomo se ne andasse gli fece capire che voleva vedere Hara Kei. L’uomo scosse la testa. Hervé Joncour comprese, dai suoi gesti, che Hara Kei era partito quella mattina, presto, con il suo seguito, e che nessuno sapeva quando sarebbe tornato.

Hervé Joncour attraversò il villaggio di corsa, fino alla dimora di Hara Kei. Trovò solo dei servi che a ogni domanda rispondevano scuotendo la testa. La casa sembrava deserta. E per quanto cercasse intorno a sé, e nelle cose più insignificanti, non vide nulla che assomigliasse a un messaggio per lui. Lasciò la casa, e tornando verso il villaggio, passò davanti all’immane voliera. Le porte erano di nuovo chiuse. Dentro, centinaia di uccelli volavano al riparo dal cielo.

Hervé Joncour aspettò ancora due giorni un segno qualsiasi. Poi partì.

Gli accadde, a non più di mezz’ora dal villaggio, di passare accanto a un bosco da cui arrivava un singolare, argenteo frastuono. Nascoste tra le foglie, si riconoscevano le mille macchie scure di uno stormo d’uccelli fermo a riposare. Senza spiegar nulla ai due uomini che lo accompagnavano, Hervé Joncour fermò il suo cavallo, estrasse la rivoltella dalla cintura e sparò sei colpi in aria. Lo stormo, terrorizzato, si alzò in cielo, come una nube di fumo sprigionata da un incendio. Era così grande che avresti potuto vederla a giorni e giorni di cammino da lì. Scura nel cielo, senz’altra meta che il proprio smarrimento.

Sei giorni dopo Hervé Joncour si imbarcò, a Takaoka, su una nave di contrabbandieri olandesi che lo portò a Sabirk. Da lì risalì il confine cinese fino al lago Bajkal, attraversò quattromila chilometri di terra siberiana, superò gli Urali, raggiunse Kiev e in treno percorse tutta l’Europa, da est a ovest, fino ad arrivare, dopo tre mesi di viaggio, in Francia. La prima domenica di aprile – in tempo per la Messa grande – giunse alle porte di Lavilledieu. Fece fermare la carrozza, e per alcuni minuti rimase seduto, immobile, dietro alle tendine tirate. Poi scese, e continuò a piedi, passo dopo passo, con una stanchezza infinita.

Baldabiou gli chiese se aveva visto la guerra.

– Non quella che mi aspettavo -, rispose.

La notte entrò nel letto di Hélène e la amò con tanta impazienza che ella si spaventò e non riuscì a trattenere le lacrime. Quando lui se ne accorse, lei si sforzò di sorridergli.

– E’ solo che sono tanto felice -, gli disse piano.

Hervé Joncour consegnò le uova ai bachicultori di Lavilledieu. Poi, per giorni, non comparve più in paese, trascurando perfino l’abituale, quotidiana gita da Verdun. Ai primi di maggio, suscitando lo stupore generale, comprò la casa abbandonata di Jean Berbeck, quello che un giorno aveva smesso di parlare, e fino alla morte non aveva parlato più. Tutti pensarono che avesse in mente di farne il suo nuovo laboratorio. Lui non iniziò nemmeno a sgomberarla. Ci andava, di tanto in tanto, e rimaneva, solo, in quelle stanze, nessuno sapeva a fare cosa. Un giorno ci portò Baldabiou.

– Ma tu lo sai perché Jean Berbeck smise di parlare? -, gli chiese.

– E’ una delle tante cose che non disse mai.

Erano passati anni, ma c’erano ancora i quadri appesi alle pareti e le pentole sull’asciugatoio, di fianco al lavandino. Non era una cosa allegra, e Baldabiou, di suo, se ne sarebbe andato volentieri. Ma Hervé Joncour continuava a guardare affascinato quelle pareti ammuffite e morte. Era evidente: cercava qualcosa, lì dentro.

– Forse è che la vita, alle volte, ti gira in un modo che non c’è proprio più niente da dire.

Disse.

– Più niente, per sempre.

Baldabiou non era molto tagliato per i discorsi seri. Stava fissando il letto di Jean Berbeck.

– Forse chiunque sarebbe ammutolito, con una casa così orrenda.

Hervé Joncour continuò per giorni a condurre una vita ritirata, facendosi vedere poco, in paese, e passando il suo tempo a lavorare al progetto del parco che prima o poi avrebbe costruito. Riempiva fogli e fogli di disegni strani, sembravano macchine. Una sera Hélène gli chiese

– Cosa sono?

– E’ una voliera.

– Una voliera?

– Sì.

– E a cosa serve?

Hervé Joncour teneva fissi gli occhi su quei disegni

– Tu la riempi di uccelli, più che puoi, poi un giorno che ti succede qualcosa di felice la spalanchi, e li guardi volar via.

Alla fine di luglio Hervé Joncour partì, con la moglie, per Nizza. Si stabilirono in una piccola villa, in riva al mare. Così aveva voluto Hélène, convinta che la serenità di un rifugio appartato sarebbe riuscita a stemperare l’umore malinconico che sembrava essersi impossessato del marito. Aveva avuto l’accortezza, nondimeno, di farlo passare per un suo capriccio personale, regalando all’uomo che amava il piacere di perdonarglielo.

Trascorsero insieme tre settimane di piccola, inattaccabile felicità. Nelle giornate in cui il caldo si faceva più mite, noleggiavano una carrozza e si divertivano a scoprire i paesi nascosti sulle colline, dove il mare sembrava un fondale di carta colorata. Di tanto in tanto, si spingevano in città per un concerto o un’occasione mondana. Una sera accettarono l’invito di un barone italiano che festeggiava il suo sessantesimo compleanno con una solenne cena all’Hôtel Suisse. Erano al dessert quando accadde a Hervé Joncour di alzare lo sguardo verso Hélène. Era seduta dall’altra parte del tavolo, accanto a un seducente gentiluomo inglese che, curiosamente, sfoggiava sul risvolto del tight una coroncina di piccoli fiori blu. Hervé Joncour lo vide chinarsi verso Hélène e sussurrarle qualcosa all’orecchio. Hélène si mise a ridere, in un modo bellissimo, e ridendo si piegò leggermente verso il gentiluomo inglese arrivando a sfiorarne, coi suoi capelli, la spalla, in un gesto che non aveva nessun imbarazzo, ma solo una sconcertante esattezza. Hervé Joncour abbassò lo sguardo sul piatto.

Non poté fare a meno di notare che la propria mano, stretta su un cucchiaino d’argento, stava indubitabilmente tremando.

Più tardi, nel fumoir, Hervé Joncour si avvicinò, barcollando per il troppo alcool bevuto, a un uomo che seduto, solo, al tavolo, guardava davanti a sé, con una vaga espressione ebete sul volto. Si chinò verso di lui e gli disse lentamente

– Devo comunicarvi una cosa molto importante, monsieur. Facciamo tutti schifo. Siamo tutti meravigliosi, e facciamo tutti schifo.

L’uomo veniva da Dresda. Trafficava in vitelli e capiva poco il francese. Scoppiò in una fragorosa risata facendo segno di sì col capo, ripetutamente: sembrava non la smettesse più.

Hervé Joncour e la moglie si trattennero in Riviera fino all’inizio di settembre. Lasciarono la piccola villa con rimpianto, giacché avevano sentito lieve, tra quelle mura, la sorte di amarsi.

Baldabiou arrivò alla casa di Hervé Joncour di primo mattino. Si sedettero sotto il porticato.

– Non è un granché come parco.

– Non ho ancora iniziato a costruirlo, Baldabiou.

– Ah, ecco.

Baldabiou non fumava mai, al mattino. Tirò fuori la pipa, la caricò e la accese.

– Ho conosciuto quel Pasteur. E’ uno in gamba. Mi ha fatto vedere. E’ in grado di riconoscere le uova malate da quelle sane. Non le sa curare, certo. Ma può isolare quelle sane. E dice che probabilmente un trenta per cento di quelle che produciamo lo sono.

Pausa.

– Dicono che in Giappone sia scoppiata la guerra, questa volta davvero. Gli inglesi danno le armi al governo, gli olandesi ai ribelli. Pare che siano d’accordo. Li fanno sfogare per bene e poi si prendono tutto e se lo dividono. Il consolato francese sta a guardare, quelli stanno sempre a guardare. Buoni solo a mandare dispacci che raccontano di massacri e di stranieri sgozzati come pecore.

Pausa.

– Ce n’è ancora di caffè?

Hervé Joncour gli versò del caffè.

Pausa.

– Quei due italiani, Ferreri e l’altro, quelli che sono andati in Cina, l’anno scorso… se ne sono tornati indietro con quindicimila once di uova, merce buona, l’hanno comprata anche quelli di Bollet, dicono che era roba di prima qualità. Fra un mese ripartono… ci hanno proposto un buon affare, fanno prezzi onesti, undici franchi l’oncia, tutto coperto da assicurazione. E’ gente seria, hanno un’organizzazione alle spalle, vendono uova a mezza Europa. Gente seria, ti dico.

Pausa.

– Io non so. Ma forse ce la potremmo fare. Con le nostre uova, col lavoro di Pasteur, e poi quel che possiamo comprare dai due italiani… ce la potremmo fare. Gli altri in paese dicono che è una follìa mandarti ancora laggiù… con tutto quel che costa… dicono che è troppo rischioso, e in questo hanno ragione, le altre volte era diverso, ma adesso… adesso è difficile tornare vivi da laggiù.

Pausa.

– Il fatto è che loro non vogliono perdere le uova. E io non voglio perdere te.

Hervé Joncour stette per un po’ con lo sguardo puntato verso il parco che non c’era. Poi fece una cosa che non aveva mai fatto.

– Io andrò in Giappone, Baldabiou.

Disse.

– Io comprerò quelle uova, e se è necessario lo farò col mio denaro. Tu devi solo decidere se le venderò a voi, o a qualcun altro.

Baldabiou non se l’aspettava. Era come vedere vincere il monco, all’ultimo colpo, quattro sponde, una geometria impossibile.

Baldabiou comunicò agli allevatori di Lavilledieu che Pasteur era inattendibile, che quei due italiani avevano già truffato mezza Europa, che in Giappone la guerra sarebbe finita prima dell’inverno e che Sant’Agnese, in sogno, gli aveva chiesto se non erano tutti quanti un branco di cagasotto. Solo a Hélène non riuscì a mentire.

– E’ proprio necessario che parta, Baldabiou?

– No.

– E allora perché?

– Io non posso fermarlo. E se lui vuole andare laggiù, io posso solo dargli una ragione in più per tornare.

Tutti gli allevatori di Lavilledieu versarono, pur contro voglia, la loro quota per finanziare la spedizione Hervé Joncour iniziò i preparativi, e ai primi di ottobre fu pronto per partire. Hélène, come tutti gli anni, lo aiutò, senza chiedergli niente, e nascondendogli qualsiasi sua inquietudine. Solo l’ultima sera, dopo aver spento la lampada, trovò la forza per dirgli

– Promettimi che tornerai.

Con voce ferma, senza dolcezza.

– Promettimi che tornerai.

Nel buio, Hervé Joncour rispose

– Te lo prometto.

Il 10 ottobre 1864, Hervé Joncour partì per il suo quarto viaggio in Giappone. Varcò il confine francese vicino a Metz, attraversò il Württemberg e la Baviera, entrò in Austria, raggiunse in treno Vienna e Budapest per poi proseguire fino a Kiev. Percorse a cavallo duemila chilometri di steppa russa, superò gli Urali, entrò in Siberia, viaggiò per quaranta giorni fino a raggiungere il lago Bajkal, che la gente del luogo chiamava: il santo. Ridiscese il corso del fiume Amur, costeggiando il confine cinese fino all’Oceano, e quando arrivò all’Oceano si fermò nel porto di Sabirk per otto giorni, finché una nave di contrabbandieri olandesi non lo portò a Capo Teraya, sulla costa ovest del Giappone. A cavallo, percorrendo strade secondarie, attraversò le province di Ishikawa, Toyama, Niigata, ed entrò in quella di Fukushima. Quando giunse a Shirakawa trovò la città semidistrutta, e una guarnigione di soldati governativi accampata tra le macerie. Aggirò la città dal lato est e attese invano per cinque giorni l’emissario di Hara Kei. All’alba del sesto giorno partì verso le colline, in direzione nord. Aveva poche carte, approssimative, e quel che gli rimaneva dei suoi ricordi. Vagò per giorni, fino a quando non riconobbe un fiume, e poi un bosco, e poi una strada. Alla fine della strada trovò il villaggio di Hara Kei: completamente bruciato: case, alberi, tutto.

Non c’era più niente.

Non c’era anima viva.

Hervé Joncour rimase immobile, a guardare quell’enorme braciere spento. Aveva dietro di sé una strada lunga ottomila chilometri. E davanti a sé il nulla. Improvvisamente vide ciò che pensava invisibile.

La fine del mondo.

Hervé Joncour rimase per ore tra le rovine del villaggio. Non riusciva ad andarsene benché sapesse che ogni ora, persa lì, poteva significare il disastro per lui, e per tutta Lavilledieu: non aveva uova di baco, con sé, e anche se le avesse trovate non gli restavano che un paio di mesi per attraversare il mondo prima che si schiudessero, per strada, trasformandosi in un cumulo di inutili larve. Anche un solo giorno di ritardo poteva significare la fine. Lo sapeva, eppure non riusciva ad andarsene. Così rimase lì finché non accadde una cosa sorprendente e irragionevole: dal nulla, tutt’a un tratto, comparve un ragazzino. Vestito di stracci, camminava lento, fissando lo straniero con la paura negli occhi.

Hervé Joncour non si mosse. Il ragazzino fece ancora qualche passo avanti, e si fermò. Rimasero a guardarsi, a pochi metri uno dall’altro. Poi il ragazzino prese qualcosa da sotto gli stracci e tremando di paura si avvicinò a Hervé Joncour e glielo porse. Un guanto.

Hervé Joncour rivide la riva di un lago, e un vestito arancione abbandonato per terra, e le piccole onde che posavano l’acqua sulla sponda, come spedite, lì, da lontano. Prese il guanto e sorrise al ragazzino.

– Sono io, il francese… l’uomo della seta, il francese, mi capisci?… sono io.

Il ragazzino smise di tremare.

– Francese…

Aveva gli occhi lucidi, ma rideva. Iniziò a parlare, veloce, quasi gridando, e a correre, facendo segno a Hervé Joncour di seguirlo. Sparì in un sentiero che entrava nel bosco, in direzione delle montagne.

Hervé Joncour non si mosse. Rigirava tra le mani quel guanto, come se fosse l’unica cosa rimastagli di un mondo sparito. Sapeva che era troppo tardi ormai. E che non aveva scelta.

Si alzò. Lentamente si avvicinò al cavallo. Salì in sella. Poi fece una cosa strana. Strinse i talloni contro il ventre dell’animale. E partì. Verso il bosco, dietro il ragazzino, oltre la fine del mondo.

Viaggiarono per giorni, verso nord, sulle montagne.

Hervé Joncour non sapeva dove stessero andando: ma lasciò che il ragazzino lo guidasse, senza provare a chiedergli niente. Incontrarono due villaggi. La gente si nascondeva nelle case. Le donne scappavano via. Il ragazzino si divertiva come un matto a gridargli dietro cose incomprensibili. Non aveva più di quattordici anni. Soffiava in continuazione dentro un piccolo strumento di canna, da cui tirava fuori i versi di tutti gli uccelli del mondo. Aveva l’aria di fare la cosa più bella della sua vita.

Il quinto giorno arrivarono sulla cima di un colle. Il ragazzino indicò un punto, davanti a loro, sulla strada che scendeva a valle. Hervé Joncour prese il cannocchiale e quel che vide fu una specie di corteo: uomini armati, donne e bambini, carri, animali. Un intero villaggio: in cammino. A cavallo, vestito di nero, Hervé Joncour vide Hara Kei. Dietro di lui oscillava una portantina chiusa ai quattro lati da stoffe dai colori sgargianti.

Il ragazzino scese da cavallo, disse qualcosa e se ne scappò via. Prima di sparire tra gli alberi si voltò e per un attimo rimase lì, cercando un gesto per dire che era stato un viaggio bellissimo.

– E’ stato un viaggio bellissimo -, gli gridò Hervé Joncour.

Per tutto il giorno Hervé Joncour seguì, da lontano, la carovana. Quando la vide fermarsi per la notte, continuò lungo la strada finché gli vennero incontro due uomini armati che gli presero il cavallo e i bagagli e lo condussero in una tenda. Attese a lungo, poi Hara Kei arrivò. Non fece un cenno di saluto. Non si sedette neppure.

– Come siete arrivato qui, francese?

Hervé Joncour non rispose.

– Vi ho chiesto chi vi ha portato qui.

Silenzio.

– Qui non c’è niente per voi. C’è solo guerra. E non è la vostra guerra. Andatevene.

Hervé Joncour tirò fuori una piccola borsa di pelle, la aprì e la svuotò per terra. Scaglie d’oro.

– La guerra è un gioco caro. Voi avete bisogno di me. Io ho bisogno di voi.

Hara Kei non guardò neppure l’oro sparso per terra. Si voltò e se ne andò.

Hervé Joncour passò la notte ai margini del campo.

Nessuno gli parlò, nessuno sembrava vederlo. Dormivano tutti per terra, accanto ai fuochi. C’erano solo due tende. Di fianco a una, Hervé Joncour vide la portantina, vuota: appese ai quattro angoli c’erano delle piccole gabbie: uccelli. Dalle maglie delle gabbie pendevano minuscoli campanelli d’oro. Suonavano, leggeri, nella brezza della notte.

Quando si svegliò, vide attorno a sé il villaggio che stava per rimettersi in cammino. Non c’erano più tende.

La portantina era ancora là, aperta. La gente saliva sui carri, silenziosa. Si alzò, e si guardò intorno a lungo ma erano solo occhi dal taglio orientale quelli che incrociavano i suoi, e subito si abbassavano. Vide uomini armati e bambini che non piangevano. Vide le facce mute che ha la gente quando è gente in fuga. E vide un albero, sul bordo della strada. E appeso a un ramo, impiccato, il ragazzino che lo aveva portato fin lì.

Hervé Joncour si avvicinò e per un po’ rimase a guardarlo, come ipnotizzato. Poi sciolse la corda legata all albero, raccolse il corpo del ragazzino, lo posò a terra e gli si inginocchiò accanto. Non riusciva a staccare gli occhi da quel volto. Così non vide il villaggio mettersi in cammino, ma solo sentì, come lontano, il rumore di quella processione che lo sfiorava, risalendo la strada. Non alzò lo sguardo neppure quando sentì la voce di Hara Kei, a un passo da lui, che diceva

– Il Giappone è un Paese antico, sapete? La sua legge è antica: dice che ci sono dodici crimini per cui è lecito condannare a morte un uomo. E uno è portare un messaggio d’amore della propria padrona.

Hervé Joncour non staccò gli occhi da quel ragazzino ammazzato.

– Non aveva messaggi d’amore con sé.

– Lui era un messaggio d’amore.

Hervé Joncour sentì qualcosa premere sulla sua testa, e piegargli il capo verso terra.

– E’ un fucile, francese. Non alzate lo sguardo, vi prego.

Hervé Joncour non capì subito. Poi sentì, nel fruscio di quella processione in fuga, il suono dorato di mille minuscoli campanelli che si avvicinava, a poco a poco, risaliva la strada verso di lui, passo dopo passo, e benché nei suoi occhi ci fosse soltanto quella terra scura, poteva immaginarla, la portantina, oscillare come un pendolo, e quasi vederla, risalire la via, metro dopo metro, avvicinarsi, lenta ma implacabile, portata da quel suono che diventava sempre più forte, intollerabilmente forte, sempre più vicino, cosi vicino da sfiorarlo, un dorato frastuono, proprio davanti a lui, ormai, esattamente davanti a lui – in quel momento – quella donna – davanti a lui.

Hervé Joncour alzò il capo.

Stoffe meravigliose, seta, tutt’intorno alla portantina, mille colori, arancio, bianco, ocra, argento, non una feritoia in quel nido meraviglioso, solo il fruscio di quei colori a ondeggiare nell’aria, impenetrabili, più leggeri del nulla.

Hervé Joncour non senti un’esplosione sfasciargli la vita. Senti quel suono allontanarsi, la canna del fucile staccarsi da lui e la voce di Hara Kei dire piano

– Andatevene, francese. E non tornate mai più.

Solamente silenzio, lungo la strada. Il corpo di un ragazzino, per terra. Un uomo inginocchiato. Fino alle ultime luci del giorno.

Hervé Joncour ci mise undici giorni a raggiungere Yokohama. Corruppe un funzionario giapponese e si procurò sedici cartoni di uova di baco, provenienti dal sud dell’isola. Li avvolse in panni di seta e li sigillò in quattro scatole di legno, rotonde. Trovò un imbarco per il continente, e ai primi di marzo giunse sulla costa russa.

Scelse la via più a nord, cercando il freddo per bloccare la vita delle uova e allungare il tempo che mancava prima che si schiudessero. Attraversò a tappe forzate quattromila chilometri di Siberia, varcò gli Urali e giunse a San Pietroburgo. Comprò a peso d’oro quintali di ghiaccio e li caricò, insieme alle uova, nella stiva di un mercantile diretto ad Amburgo. Ci mise sei giorni ad arrivare. Scaricò le quattro scatole di legno, rotonde, e salì su un treno diretto al sud. Dopo undici ore di viaggio, appena usciti da un paese che si chiamava Eberfeld, il treno si fermò per fare scorta d’acqua. Hervé Joncour si guardò attorno. Picchiava un sole estivo sui campi di grano, e su tutto il mondo. Seduto di fronte a lui c’era un commerciante russo: si era tolto le scarpe e si faceva aria con l’ultima pagina di un giornale scritto in tedesco. Hervé Joncour si mise a fissarlo. Vide le macchie di sudore sulla sua camicia e le gocce che gli imperlavano la fronte e il collo. Il russo disse qualcosa, ridendo. Hervé Joncour gli sorrise, si alzò, prese i bagagli e scese dal treno. Lo risalì fino all’ultimo vagone, un carro merci che trasportava pesci e carni, conservate nel ghiaccio. Colava acqua come un catino crivellato da mille proiettili. Apri il portellone, sali sul carro, e una dopo l’altra prese le sue scatole di legno, rotonde, le portò fuori e le posò per terra, di fianco ai binari. Poi richiuse il portellone, e si mise ad aspettare. Quando il treno fu pronto per partire gli urlarono di sbrigarsi e di salire. Lui rispose scuotendo il capo, e accennando un gesto di saluto. Vide il treno allontanarsi, e poi sparire.

Aspettò di non sentirne neppure più il rumore. Poi si chinò su una delle scatole di legno, tolse i sigilli e la aprì. Fece lo stesso con le altre tre. Lentamente, con cura.

Milioni di larve. Morte.

Era il 6 maggio 1865.

Hervé Joncour entrò a Lavilledieu nove giorni più tardi. Sua moglie Hélène vide da lontano la carrozza risalire il viale alberato della villa. Si disse che non doveva piangere e che non doveva fuggire.

Scese fino alla porta di ingresso, la aprì e si fermò sulla soglia.

Quando Hervé Joncour le arrivò vicino, sorrise. Lui, abbracciandola, le disse piano

– Resta con me, ti prego.

La notte rimasero svegli fino a tardi, seduti nel prato davanti alla casa, uno accanto all’altra. Hélène raccontò di Lavilledieu, e di tutti quei mesi passati ad aspettare, e degli ultimi giorni, orribili.

– Tu eri morto.

Disse.

– E non c’era più niente di bello, al mondo.

Nelle cascine, a Lavilledieu, la gente guardava i gelsi, carichi di foglie, e vedeva la propria rovina. Baldabiou aveva trovato alcune partite di uova, ma le larve morivano appena venivano alla luce. La seta grezza che si riuscì a ricavare dalle poche sopravvissute bastava appena a dare lavoro a due delle sette filande del paese.

– Hai qualche idea? -, chiese Baldabiou.

– Una -, rispose Hervé Joncour.

Il giorno dopo comunicò che avrebbe fatto costruire, in quei mesi d’estate, il parco della sua villa. Assoldò uomini e donne, in paese, a decine. Disboscarono la collina e ne smussarono il profilo, rendendo più mite la pendenza che portava a valle. Con alberi e siepi disegnarono sulla terra labirinti lievi e trasparenti. Con fiori di ogni tipo costruirono giardini che si aprivano come radure, a sorpresa, nel cuore di piccoli boschi di betulle. Fecero arrivare l’acqua, dal fiume, e la fecero scendere, di fontana in fontana, fino al limite occidentale del parco, dove si raccoglieva in un piccolo lago, circondato da prati. A sud, in mezzo ai limoni e agli ulivi, costruirono una grande voliera, fatta di legno e ferro, sembrava un ricamo sospeso nell’aria.

Lavorarono per quattro mesi. Alla fine di settembre il parco fu pronto. Nessuno, a Lavilledieu, aveva mai visto niente di simile. Dicevano che Hervé Joncour ci aveva speso tutto il suo capitale. Dicevano anche che era tornato diverso, forse malato, dal Giappone. Dicevano che aveva venduto le uova agli italiani e adesso aveva un patrimonio in oro che lo aspettava nelle banche di Parigi. Dicevano che se non fosse stato per il suo parco sarebbero morti di fame, quell’anno. Dicevano che era un truffatore. Dicevano che era un santo.

Qualcuno diceva: ha qualcosa addosso, come una specie di infelicità.

Tutto ciò che Hervé Joncour disse, sul suo viaggio, fu che le uova si erano dischiuse in un paese vicino a Colonia, e che il paese si chiamava Eberfeld.

Quattro mesi e tredici giorni dopo il suo ritorno, Baldabiou si sedette davanti a lui, sulla riva del lago, al limite occidentale del parco, e gli disse

– Tanto a qualcuno la dovrai raccontare, prima o poi, la verità.

Lo disse piano, con fatica, perché non credeva, mai, che la verità servisse a qualcosa.

Hervé Joncour alzò lo sguardo verso il parco.

C’era autunno e luce falsa, tutt’intorno.

– La prima volta che vidi Hara Kei indossava una tunica scura, stava seduto a gambe incrociate, immobile, in un angolo della stanza. Sdraiata accanto a lui, col capo appoggiato sul suo grembo, c’era una donna. I suoi occhi non avevano un taglio orientale, e il suo volto era il volto di una ragazzina.

Baldabiou stette ad ascoltare, in silenzio, fino all’ultimo, fino al treno di Eberfeld.

Non pensava nulla.

Ascoltava.

Gli fece male sentire, alla fine, Hervé Joncour dire piano

– Non ho mai sentito nemmeno la sua voce.

E dopo un po’:

– E’ uno strano dolore.

Piano.

– Morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai.

Risalirono il parco camminando uno accanto all’altro. L’unica cosa che Baldabiou disse fu

– Ma perché diavolo fa questo freddo porco?

Lo disse a un certo punto.

All’inizio del nuovo anno -1866 – il Giappone rese ufficialmente lecita l’esportazione di uova di bachi da seta.

Nel decennio seguente la Francia, da sola, sarebbe arrivata ad importare uova giapponesi per dieci milioni di franchi.

Dal 1869, con l’apertura del Canale di Suez, arrivare in Giappone, peraltro, avrebbe comportato non più di venti giorni di viaggio. E poco meno di venti giorni tornare.

La seta artificiale sarebbe stata brevettata, nel 1884, da un francese che si chiamava Chardonnet.

Sei mesi dopo il suo ritorno a Lavilledieu, Hervé Joncour ricevette per posta una busta color senape. Quando la aprì, vi trovò sette fogli di carta, coperti da una fitta e geometrica scrittura: inchiostro nero: ideogrammi giapponesi. A parte il nome e l’indirizzo sulla busta, non c’era una sola parola scritta in caratteri occidentali. Dai timbri, la lettera sembrava provenire da Ostenda.

Hervé Joncour la sfogliò e la osservò a lungo. Sembrava un catalogo di orme di piccoli uccelli, compilato con meticolosa follìa. Era sorprendente pensare che erano invece segni, e cioè cenere di una voce bruciata.

Per giorni e giorni Hervé Joncour si tenne la lettera addosso, piegata in due, messa in tasca. Se cambiava vestito, la spostava in quello nuovo. Non la aprì mai per guardarla. Ogni tanto se la rigirava in mano, mentre parlava con un mezzadro, o aspettava che arrivasse l’ora di cena seduto sulla veranda. Una sera si mise a osservarla contro la luce della lampada, nel suo studio. In trasparenza, le orme dei minuscoli uccelli parlavano con voce sfocata. Dicevano qualcosa di assolutamente insignificante o qualcosa capace di scardinare una vita: non era possibile saperlo, e questo piaceva a Hervé Joncour. Sentì arrivare Hélène. Posò la lettera sul tavolo. Lei si avvicinò e come tutte le sere, prima di ritirarsi nella sua stanza, fece per baciarlo. Quando si chinò su di lui, la camicia da notte le si aprì di un nulla, sul petto. Hervé Joncour vide che non aveva niente, sotto, e che i suoi seni erano piccoli e candidi come quelli di una ragazzina.

Per quattro giorni continuò a fare la sua vita, senza mutare nulla nei riti prudenti delle sue giornate. La mattina del quinto giorno indossò un elegante completo grigio e partì per Nîmes. Disse che sarebbe tornato prima di sera.

In rue Moscat, al 12, tutto era uguale a tre anni prima. La festa non era ancora finita. Le ragazze erano tutte giovani e francesi. Il pianista suonava, con la sordina, motivi che sapevano di Russia. Forse era la vecchiaia forse qualche dolore vigliacco: alla fine di ogni pezzo non si passava più la mano destra tra i capelli e non mormorava, piano,

– Voilà.

Rimaneva muto, a guardarsi sconcertato le mani.

Madame Blanche lo accolse senza una parola. I capelli neri, lucidi, il volto orientale, perfetto. Piccoli fiori blu alle dita, come fossero anelli. Una veste lunga, bianca, quasi trasparente. Piedi nudi.

Hervé Joncour si sedette di fronte a lei. Sfilò da una tasca la lettera.

– Vi ricordate di me?

Madame Blanche annuì con un millimetrico cenno del capo.

– Ho di nuovo bisogno di voi.

Le porse la lettera. Lei non aveva nessuna ragione per farlo, ma la prese e la aprì. Guardò i sette fogli uno ad uno, poi alzò lo sguardo verso Hervé Joncour.

– Io non amo questa lingua, monsieur. La voglio dimenticare, e voglio dimenticare quella terra, e la mia vita laggiù, e tutto.

Hervé Joncour rimase immobile, con le mani strette sui braccioli della sua poltrona.

– Io leggerò per voi questa lettera. Io lo farò. E non voglio denaro. Ma voglio una promessa: non tornate mai più a chiedermi questo.

– Ve lo prometto, madame.

Lei lo guardò fisso negli occhi. Poi abbassò lo sguardo sulla prima pagina della lettera, carta di riso, inchiostro nero.

Mio signore amato

Disse

non aver paura, non muoverti, resta in silenzio, nessuno ci vedrà.

Rimani così, ti voglio guardare, io ti ho guardato tanto ma non eri per me, adesso sei per me, non avvicinarti, ti prego, resta come sei, abbiamo una notte per noi, e io voglio guardarti, non ti ho mai visto così, il tuo corpo per me, la tua pelle, chiudi gli occhi, e accarézzati, ti prego,

disse Madame Blanche, Hervé Joncour ascoltava,

non aprire gli occhi se puoi, e accarézzati, sono così belle le tue mani, le ho sognate tante volte adesso le voglio vedere, mi piace vederle sulla tua pelle, così, ti prego continua, non aprire gli occhi, io sono qui, nessuno ci può vedere e io sono vicina a te, accarézzati signore amato mio, accarezza il tuo sesso, ti prego, piano,

lei si fermò, Continuate, vi prego, lui disse,

è bella la tua mano sul tuo sesso, non smettere, a me piace guardarla e guardarti, signore amato mio, non aprire gli occhi, non ancora, non devi aver paura son vicina a te, mi senti? sono qui, ti posso sfiorare, è seta questa, la senti? è la seta del mio vestito, non aprire gli occhi e avrai la mia pelle,

lei disse, leggeva piano, con una voce da donna bambina,

avrai le mie labbra, quando ti toccherò per la prima volta sarà con le mie labbra, tu non saprai dove, a un certo punto sentirai il calore della mie labbra, addosso, non puoi sapere dove se non apri gli occhi, non aprirli, sentirai la mia bocca dove non sai, d’improvviso,

lui ascoltava immobile, dal taschino del completo grigio spuntava un fazzoletto bianco, candido, forse sarà nei tuoi occhi, appoggerò la mia bocca sulle palpebre e le ciglia, sentirai il calore entrare nella tua testa, e le mie labbra nei tuoi occhi, dentro, o forse sarà sul tuo sesso, appoggerò le mie labbra, laggiù, e le schiuderò scendendo a poco a poco,

lei disse, aveva il capo piegato suifogli, e una mano a sfiorarsi il collo, lentamente,

lascerò che il tuo sesso socchiuda la mia bocca, entrando tra le mie labbra, e spingendo la mia lingua, la mia saliva scenderà lungo la tua pelle fin nella tua mano, il mio bacio e la tua mano, uno dentro l’altra, sul tuo sesso,

lui ascoltava, teneva lo sguardo fisso su una cornice d’argento, vuota, appesa al muro,

finché alla fine ti bacerò sul cuore, perché ti voglio, morderò la pelle che batte sul tuo cuore, perché ti voglio, e con il cuore tra le mie labbra tu sarai mio, davvero, con la mia bocca nel cuore tu sarai mio, per sempre, se non mi credi apri gli occhi signore amato mio e guardami, sono io, chi potrà mai cancellare questo istante che accade, e questo mio corpo senza più seta, le tue mani che lo toccano, i tuoi occhi che lo guardano,

lei disse, si era chinata verso la lampada, la luce batteva sui fogli e passava attraverso la sua veste trasparente,

le tue dita nel mio sesso, la tua lingua sulle mie labbra, tu che scivoli sotto di me, prendi i miei fianchi, mi sollevi, mi lasci scivolare sul tuo sesso, piano, chi potrà cancellare questo, tu dentro di me a muoverti adagio, le tue mani sul mio volto, le tue dita nella mia bocca, il piacere nei tuoi occhi, la tua voce, ti muovi adagio ma fino a farmi male, il mio piacere, la mia voce,

lui ascoltava, a un certo punto si voltò a guardarla, la vide, voleva abbassare gli occhi ma non ci riuscì,

il mio corpo sul tuo, la tua schiena che mi solleva, le tue braccia che non mi lasciano andare, i colpi dentro di me, è violenza dolce, vedo i tuoi occhi cercare nei miei, vogliono sapere fino a dove farmi male, fino a dove vuoi, signore amato mio, non c’è fine, non finirà, lo vedi? nessuno potrà cancellare questo istante che accade, per sempre getterai la testa all’indietro, gridando, per sempre chiuderò gli occhi staccando le lacrime dalle mie ciglia, la mia voce dentro la tua, la tua violenza a tenermi stretta, non c’è più tempo per fuggire e forza per resistere, doveva essere questo istante, e questo istante è, credimi, signore amato mio, quest’istante sarà, da adesso in poi; sarà, fino alla fine,

lei disse, con un filo di voce, poi si fermò.

Non c’erano altri segni, sul foglio che aveva in mano: l’ultimo. Ma quando lo girò per posarlo vide sul retro alcune righe ancora, ordinate, inchiostro nero nel centro della pagina bianca. Alzò lo sguardo su Hervé Joncour. I suoi occhi la fissavano, e lei capì che erano occhi bellissimi. Riabbassò lo sguardo sul foglio.

Noi non ci vedremo più, signore.

Disse.

Quel che era per noi, l’abbiamo fatto, e voi lo sapete. Credetemi: l’abbiamo fatto per sempre. Serbate la vostra vita al riparo da me. E non esitate un attimo, se sarà utile per la vostra felicità, a dimenticare questa donna che ora vi dice, senza rimpianto, addìo.

Rimase per un po’ a guardare il foglio, poi lo pose sugli altri, accanto a sé, su un tavolino di legno chiaro. Hervé Joncour non si mosse. Solo girò il capo e abbassò gli occhi. Si trovò a fissare la piega dei pantaloni, appena accennata ma perfetta, sulla gamba destra, dall’inguine al ginocchio, imperturbabile.

Madame Blanche si alzò, si chinò sulla lampada e la spense. Nella stanza rimase la poca luce che dal salone, attraverso la finestra, arrivava fin lì. Si avvicinò a Hervé Joncour, si sfilò dalle dita un anello di minuscoli fiori blu e lo appoggiò accanto a lui. Poi attraversò la stanza, aprì una piccola porta dipinta, nascosta nella parete e sparì, lasciandola socchiusa, dietro di sé Hervé Joncour rimase a lungo in quella strana luce, a rigirare fra le dita un anello di minuscoli fiori blu. Arrivavano dal salone le note di un pianoforte stanco scioglievano il tempo, che quasi non lo riconoscevi più.

Alla fine si alzò, Si avvicinò al tavolino di legno chiaro, raccolse i sette fogli di carta di riso. Attraversò la stanza, passò senza voltarsi davanti alla piccola porta socchiusa, e se ne andò.

Hervé Joncour trascorse gli anni che seguirono scegliendo per sé la vita limpida di un uomo senza più necessità. Passava i suoi giorni sotto la tutela di una misurata emozione. A Lavilledieu la gente tornò ad ammirarlo, perché in lui pareva loro di vedere un modo esatto di stare al mondo. Dicevano che era così anche da giovane, prima del Giappone.

Con sua moglie Hélène prese l’abitudine di compiere, ogni anno, un piccolo viaggio. Videro Napoli, Roma, Madrid, Monaco, Londra. Un anno si spinsero fino a Praga, dove tutto sembrava: teatro. Viaggiavano senza date e senza programmi. Tutto li stupiva: in segreto, anche la loro felicità. Quando sentivano nostalgia del silenzio, tornavano a Lavilledieu.

Se gliel’avessero chiesto, Hervé Joncour avrebbe risposto che sarebbero vissuti così, per sempre. Aveva con sé l’inattaccabile quiete degli uomini che si sentono al loro posto. Ogni tanto, nelle giornate di vento, scendeva attraverso il parco fino al lago, e si fermava per ore, sulla riva, a guardare la superficie dell’acqua incresparsi formando figure imprevedibili che luccicavano a caso, in tutte le direzioni. Era uno solo, il vento: ma su quello specchio d’acqua, sembravano mille, a soffiare. Da ogni parte. Uno spettacolo. Lieve e inspiegabile.

Ogni tanto, nelle giornate di vento, Hervé Joncour scendeva fino al lago e passava ore a guardarlo, giacché, disegnato sull’acqua, gli pareva di vedere l’inspiegabile spettacolo, lieve, che era stata la sua vita.

Il 16 giugno 1871, nel retro del caffè di Verdun, poco prima di mezzogiorno, il monco azzeccò un quattro sponde irragionevole, effetto a rientrare. Baldabiou rimase chino sul tavolo, una mano dietro la schiena, l’altra a stringere la stecca, incredulo.

– Ma dài.

Si alzò, posò la stecca e uscì senza salutare. Tre giorni dopo partì. Regalò le sue due filande a Hervé Joncour.

– Non ne voglio più sapere di seta, Baldabiou.

– Vendile, idiota.

Nessuno riuscì a scucirgli dove diavolo avesse in mente di andare. E a farci cosa, poi. Lui disse soltanto qualcosa su Sant’Agnese che nessuno capì bene.

Il mattino in cui partì, Hervé Joncour lo accompagnò, insieme a Hélène, fino alla stazione ferroviaria di Avignon. Aveva con sé una sola valigia, e anche questo era discretamente inspiegabile. Quando vide il treno, fermo al binario, posò la valigia per terra.

– Una volta ho conosciuto uno che si era fatto costruire una ferrovia tutta per lui.

Disse.

– E il bello è che se l’era fatta fare tutta diritta, centinaia di chilometri senza una curva. C’era anche un perché, ma non me lo ricordo. Non si ricordano mai i perché. Comunque: addìo.

Non era molto tagliato, per i discorsi seri. E un addìo è un discorso serio.

Lo videro allontanarsi, lui e la sua valigia, per sempre.

Allora Hélène fece una cosa strana. Si staccò da Hervé Joncour e gli corse dietro, fino a raggiungerlo, e lo abbracciò, forte, e mentre lo abbracciava scoppiò a piangere.

Non piangeva mai, Hélène.

Hervé Joncour vendette a prezzo ridicolo le due filande a Michel Lariot, un buon uomo che per vent’anni aveva giocato a domino, ogni sabato sera, con Baldabiou, perdendo sempre, con granitica coerenza. Aveva tre figlie. Le prime due si chiamavano Florence e Sylvie. Ma la terza: Agnese.

Tre anni dopo, nell’inverno del 1874, Hélène si ammalò di una febbre cerebrale che nessun medico riuscì a spiegare, né a curare. Morì agli inizi di marzo, un giorno che pioveva.

Ad accompagnarla, in silenzio, su per il viale del cimitero, venne tutta Lavilledieu: perché era una donna lieta, che non aveva seminato dolore.

Hervé Joncour fece scolpire sulla sua tomba una sola parola.

Hélas.

Ringraziò tutti, disse mille volte che non gli serviva nulla, e ritornò nella sua casa. Mai gli era sembrata cosi grande: e mai così illogico il suo destino.

Poiché la disperazione era un eccesso che non gli apparteneva, si chinò su quanto era rimasto della sua vita, e riiniziò a prendersene cura, con l’incrollabile tenacia di un giardiniere al lavoro, il mattino dopo il temporale.

Due mesi e undici giorni dopo la morte di Hélène accadde a Hervé Joncour di recarsi al cimitero, e di trovare, accanto alle rose che ogni settimana deponeva sulla tomba della moglie, una coroncina di minuscoli fiori blu. Si chinò a osservarli, e a lungo rimase in quella posizione, che da lontano non avrebbe mancato di risultare, agli occhi di eventuali testimoni, affatto singolare se non addirittura ridicola. Tornato a casa, non uscì a lavorare nel parco, come era sua consuetudine, ma rimase nel suo studio, a pensare. Non fece altro, per giorni. Pensare.

In rue Moscat, al 12, trovò l’atelier di un sarto. Gli dissero che Madame Blanche non viveva più lì da anni. Riuscì a sapere che si era trasferita a Parigi, dov’era diventata la mantenuta di un uomo molto importante, forse un politico.

Hervé Joncour andò a Parigi.

Ci mise sei giorni a scoprire dove viveva. Le inviò un biglietto, chiedendole di essere ricevuto. Lei gli rispose che lo aspettava, alle quattro del giorno dopo. Puntuale, lui salì al secondo piano di un elegante palazzo in boulevard des Capucines. Gli apri la porta una cameriera. Lo introdusse nel salotto e lo pregò di accomodarsi. Madame Blanche arrivò vestita di un abito molto elegante e molto francese. Aveva i capelli che le scendevano sulle spalle, come voleva la moda parigina. Non aveva anelli di fiori blu, nelle dita. Si sedette di fronte a Hervé Joncour, senza una parola. E rimase ad aspettare.

Lui la guardò negli occhi. Ma come avrebbe potuto farlo un bambino.

– L’avete scritta voi, vero, quella lettera?

Disse.

– Hélène vi ha chiesto di scriverla e voi l’avete fatto.

Madame Blanche rimase immobile, senza abbassare lo sguardo, senza tradire il minimo stupore.

Poi quel che disse fu

– Non sono stata io, a scriverla.

Silenzio.

– Quella lettera la scrisse Hélène.

Silenzio.

– L’aveva già scritta quando venne da me. Mi chiese di copiarla, in giapponese. E io lo feci. E’ la verità.

Hervé Joncour capì in quell’istante che avrebbe continuato a sentire quelle parole per tutta la vita. Si alzò, ma rimase fermo, in piedi, come se avesse d’improvviso dimenticato dove stava andando. Gli arrivò come da lontano la voce di Madame Blanche.

– Volle anche leggermela, quella lettera. Aveva una voce bellissima. E leggeva quelle parole con un’emozione che non sono mai riuscita a dimenticare. Era come se fossero, davvero, sue.

Hervé Joncour stava attraversando la stanza, a passi lentissimi.

– Sapete, monsieur, io credo che lei avrebbe desiderato, più di ogni altra cosa, essere quella donna. Voi non lo potete capire. Ma io l’ho sentita leggere quella lettera. Io so che è così.

Hervé Joncour era arrivato davanti alla porta. Appoggiò la mano sulla maniglia. Senza voltarsi, disse piano

– Addìo, madame.

Non si videro mai più.

Hervé Joncour visse ancora ventitré anni, la maggior parte dei quali in serenità e buona salute. Non si allontanò più da Lavilledieu, né abbandonò, mai, la sua casa. Amministrava saggiamente i suoi averi, e ciò lo tenne per sempre al riparo da qualsiasi lavoro che non fosse la cura del proprio parco. Col tempo iniziò a concedersi un piacere che prima si era sempre negato: a coloro che andavano a trovarlo, raccontava dei suoi viaggi. Ascoltandolo, la gente di Lavilledieu imparava il mondo e i bambini scoprivano cos’era la meraviglia.

Lui raccontava piano, guardando nell’aria cose che gli altri non vedevano.

La domenica si spingeva in paese, per la Messa grande. Una volta l’anno faceva il giro delle filande, per toccare la seta appena nata. Quando la solitudine gli stringeva il cuore, saliva al cimitero, a parlare con Hélène. Il resto del suo tempo lo consumava in una liturgia di abitudini che riuscivano a difenderlo dall’infelicità. Ogni tanto, nelle giornate di vento, scendeva fino al lago e passava ore a guardarlo, giacché, disegnato sull’acqua, gli pareva di vedere l’inspiegabile spettacolo, lieve, che era stata la sua vita.

Incredibile in Nuova Zelanda, la foca schiaffeggia un uomo con un polpo

Mai si sarebbe sognato di ricevere uno schiaffone sul viso con i tentacoli di un polpo. E mai avrebbe immaginato di essere vittima di un attacco (seppur involontario) da parte di una foca.

Protagonista di questo episodio è stato Kyle Mulinder, al largo della costa di Kaikoura, in Nuova Zelanda. Dal suo kayak si stava godendo la scena che stava avvenendo a pelo d’acqua: la foca, infatti, stava lottando con il polpo. Sfortunatamente lo sportivo si è trovato proprio nel mezzo della caccia e i tentacoli del polpo sono andati a finire proprio sul suo viso. Con la foca che altro non ha fatto che spingere con forza l’animale contro di lui. La scena è diventata virale su youtube.

Incredibile in Nuova Zelanda, la foca schiaffeggia un uomo con un polpo

Mai si sarebbe sognato di ricevere uno schiaffone sul viso con i tentacoli di un polpo. E mai avrebbe immaginato di essere vittima di un attacco (seppur involontario) da parte di una foca.

Protagonista di questo episodio è stato Kyle Mulinder, al largo della costa di Kaikoura, in Nuova Zelanda. Dal suo kayak si stava godendo la scena che stava avvenendo a pelo d’acqua: la foca, infatti, stava lottando con il polpo. Sfortunatamente lo sportivo si è trovato proprio nel mezzo della caccia e i tentacoli del polpo sono andati a finire proprio sul suo viso. Con la foca che altro non ha fatto che spingere con forza l’animale contro di lui. La scena è diventata virale su youtube.

Il Bosco di Biancaneve esiste davvero e si trova a pochi chilometri da Viterbo

Stanchi delle solite escursioni? C’è un posto a due passi da Viterbo che potrebbe soddisfare la vostra voglia di esplorare luoghi davvero singolari. È il Bosco del Sasseto, conosciuto anche come il Bosco di Biancaneve per l’atmosfera incantata in cui l’avventore è immerso quando vi si trova a passeggiare. Quest’angolo verde, che si trova ai piedi del Castello di Torre Alfina, sembra essere uscito dalle pagine di una fiaba: alberi secolari dalla forma così contorta da apparire come magiche figure immobilizzate, sentieri silenziosi immersi tra una fitta vegetazione rigogliosa e pietre vulcaniche ovunque. Anche la fauna, qui, è piuttosto variegata: sono presenti diverse specie di insetti, rettili, anfibi, piccoli mammiferi e uccelli notturni e diurni. Oggi il bosco rappresenta uno degli esempi meglio conservati di bosco relittuale mesofilo, caratteristica che gli ha permesso di diventare riserva integrale, monumento naturale e zona di protezione speciale (ZPS).:

I DOODLE DI GOOGLE

Vaclav Ctvrtek: Praghese di nascita, Václav Cafourek, più popolare con lo pseudonimo di Václav Ctvrtek, è stato uno degli scrittori per bambini più amato in terra ceca. Lasciato il posto di impiegato per dedicarsi ad articoli e racconti destinati ai giovanissimi, ha visto cambiare la sua vita quando è stato assunto dalla Tv pubblica per portare sullo schermo le sue fiabe.

Il suo personaggio più famoso resta il ladro Rumcajs, una sorta di Robin Hood cecoslovacco, amante della natura e della giustizia. L’ometto con la barba, in compagnia dell’inseparabile figlio Cipísek, è il protagonista del doodle locale (visibile in Repubblica Ceca) pubblicato da Google nel 2011, per il centenario della nascita dello scrittore.

Eventi sportivi

1968 – In 80.000 esultano per la Coppa all’AEK Atene (51 anni fa): La seconda edizione della Coppa delle Coppe di pallacanestro maschile, organizzata dalla FIBA Europe, è stata vinta dall’AEK Atene che, dopo aver piegato in semifinale l’Ignis Varese (seconda nel campionato italiano e detentrice del trofeo), ha sconfitto lo Slavia Praga per 89 a 82.

La finale, ospitata nello Stadio Panatinaiko di Atene, è stata seguita da 80.000 spettatori, primato ancora imbattuto per un incontro di basket!

Nati sportivi

1973 – Loris Capirossi (46 anni fa): Nato a Castel San Pietro Terme (in provincia di Bologna), è stato un pilota motociclistico. In carriera ha vinto tre titoli mondiali: nella classe 125 nel 1990 (a soli 17 anni) e nel 1991, e nella classe 250 nel 1998.

Capirex (è il suo soprannome) ha disputato 328 Gran Premi, vincendone 29 e salendo 99 volte sul podio. Ha corso, dal 1990 al 2011, per Yamaha Rainey, Aprilia, Honda, Ducati, Suzuki e Pramac Racing. Dal 2014 è opinionista di Sky Sport.

Nati oggi

1951 – Francesco De Gregori (68 anni fa): Nel novero dei cantautori più valenti del panorama musicale italiano, in oltre quarant’anni di carriera ha cantato un pezzo d’«Italia che lavora… che si dispera… che si innamora».

Romano doc, trascorre l’infanzia a Pescara ed a 15 anni prende in mano la chitarra, ispirandosi soprattutto al grande Fabrizio De André, di cui più tardi dirà: «Se non avessi conosciuto le canzoni di Fabrizio, non avrei mai cominciato a scrivere le mie». Il fratello Luigi, anche lui musicista, lo spinge ad esibirsi al locale capitolino “Folkstudio”, dove incontra numerosi artisti come lui alle prime, tra cui Venditti e Giorgio Lo Cascio.

Dopo aver inciso con lo stesso Venditti l’album “Theorius Campus” del 1972, l’anno seguente sforna la prima opera da solista, “Alice non lo sa”, e ottiene una certa visibilità. Con il terzo LP fa centro: nel 1975 esce Rimmel, uno dei dischi più venduti del decennio, trascinato dall’omonimo singolo e da Pablo (scritta con Dalla), Buonanotte fiorellino e Pezzi di vetro…

Tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta vive una stagione d’oro con brani immortali, quali “Generale”, La donna cannone, “Raggio di sole”, “La leva calcistica della classe ’68” e “Viva l’Italia”. Gli anni Novanta e Duemila lo vedono confermarsi come artista di primo piano e proseguire l’intensa collaborazione con Lucio Dalla, con il quale rinverdisce i fasti del loro primo live, “Banana Republic” (1979), pubblicando nel 2010 l’album dal vivo “Work in progress”.

Nel febbraio 2014 viene premiato con il LA Italia – Excellence Award al Chinese Theatre di Hollywood.

Accadde oggi

1975 – Fondata la Microsoft (44 anni fa): «Nel futuro vedo un computer su ogni scrivania e uno in ogni casa». Così il giovane Bill Gates s’immaginava il domani nel momento in cui dava vita alla sua “gallina dalle uova d’oro”, con la quale ingaggiò una sfida a distanza a colpi di tecnologia con il grande rivale Steve Jobs.

Legati da lunga amicizia fin dagli anni del college, Gates e Paul Allen erano sempre più convinti delle infinite possibilità di business che offriva il mercato dei personal computer, e l’uscita nel 1974 del primo kit per Microcomputer Altair 8800 diede loro la spinta decisiva. I due si trasferirono ad Albuquerque (Nuovo Messico) e qui diedero vita alla società Microsoft Company, per produrre software.

Come prodotto di lancio, venne proposto alla Micro Instrumentation and Telemetry Systems (MITS) un linguaggio di programmazione per l’Altair 8800, adattando il BASIC ideato da John George Kemeny e Thomas Eugene Kurtz. In otto settimane i due informatici misero a punto la nuova versione: nacque l’Altair Basic, il primo linguaggio di programmazione scritto per un personal computer.

Il software, ceduto in licenza alla MITS, venne in seguito implementato per renderlo compatibile con altri sistemi e venderlo ad altri distributori. La cosa andò in porto solo dopo aver vinto una battaglia legale contro la MITS, che si era opposta alla vendita. Il via libera al Microsoft Basic fece impennare le entrate dell’azienda, passando da un fatturato di 16.005 dollari del 1979, ai 2.390.145 dollari del 1980.

Nello stesso anno Gates gettò le basi per un successo epocale. Per 50mila dollari acquistò il sistema operativo Q-Dos, da cui tirò fuori un nuovo software destinato a dominare la scena per oltre dieci anni: l’MS-DOS (acronimo di “MicroSoft – Disk Operating System”) conquistò da subito la IBM che lo scelse per il suo PC e da qui divenne il più diffuso in tutto il mondo.

Dopo aver spostato la sede centrale a Redmond (Washington), con gli anni Novanta Microsoft lanciò l’interfaccia per MD-DOS, cui lavorava da tempo: Windows 3.0 fu la prima versione di Windows di successo, che portò la compagnia di Gates a competere con i PC Apple Macintosh e Commodore Amiga. L’uscita di Windows 98 segnò l’inizio di una conquista senza precedenti del mercato dei personal computer, che suscitò critiche e accuse di abuso di posizione dominante nei confronti di Microsoft.

Il XXI secolo, in particolare verso la fine del primo decennio, vide l’ascesa di Apple con dispositivi multimediali, come gli iPhone, che operarono una rivoluzione tecnologica, costringendo la società di Gates (che dal 2008 conservò soltanto la carica di presidente onorario) a rincorrere continuamente. Nel 2012, con la sola vendita degli iPhone, il fatturato dell’azienda guidata da Jobs ha superato quello della Microsoft, che ha i suoi punti di forza in Windows e nella console per videogiochi XBox.

Il 2013 ha segnato l’ingresso di Microsoft nel settore della telefonia cellulare, grazie all’accordo stipulato con la Nokia, in base al quale sono stati acquisiti (per una cifra intorno a 7 miliardi di dollari) i marchi Lumia, Asha e PureView.

Antipasti

ANTIPASTI
Pirozhki
Difficoltà: Bassa
Preparazione: 30 min
Cottura: 30 min
Dosi per: 7 pezziNei ristoranti della lontana Russia c’è un piatto che non manca mai sul menù: i pirozhki sono dei soffici panzerottini realizzati con una pasta lievitata e farciti con diversi ripieni dolci e salati. Per la colazione è possibile farcirli con confettura di albicocche o pezzi di ciliegie, per uno sfizioso antipasto potete provarli con formaggio, carne o verdure e per terminare la cena in bellezza potete scegliere di farcirli con ricotta o mele. Noi oggi abbiamo provato a realizzarli con un ripieno salato a base di uova e cipolle, molto ricco e appetitoso. Nella cucina tradizionale russa non è solo il ripieno a cambiare poiché questi panzerottini possono essere realizzati in forme diverse e si può scegliere se cuocerli in forno oppure friggerli. L’impasto resterà sempre lo stesso, quindi date sfogo alla fantasia e sbizzarritevi realizzando forme e ripieni sempre diversi!

Ingredienti
Aggiungi tutti
Per 7 pirozhki
Farina Manitoba
590 g
Latte intero
270 g
Uova
(circa 1) 60 g
Burro
fuso 30 g
Lievito di birra fresco
10 g

Sale fino
10 g

Zucchero
5 g
Per il ripieno
Cipolle ramate
260 g
Uova
3
Olio extravergine d’oliva
q.b.
Sale fino
q.b.
Pepe nero
q.b.
Per spennellare

Per spennellare

Tuorli
1
Latte intero
q.b.
Preparazione
Per preparare i pirozhki come prima cosa sciogliete il burro e laciatelo intiepidire, poi sciogliete il lievito nel latte tiepido –1–. In un’altra ciotola versate la farina, lo zucchero –2–, l’uovo –3–

e il burro fuso tiepido –4–. Iniziate ad impastare con le mani e man mano versate il latte in cui avrete disciolto il lievito –5– e, in ultimo, il sale –6–. Lavorate il composto fino ad ottenere un panetto,

trasferitelo su un piano da lavoro e impastate fino a che sarà liscio –7–. Trasferite all’interno di una ciotola e coprite con la pellicola –8–. Lasciate lievitare per almeno 3 ore in un luogo asciutto. Nel frattempo occupatevi del ripieno: mondate le cipolle e tagliatele a fettine sottili –9–.

Trasferitele in un tegame dove avrete versato un filo d’olio _10_ e fatele appassire fino a che non saranno cotte _11_; serviranno circa 10 minuti. Nel frattempo in un pentolino mettete le uova, copritele con l’acqua fredda e calcolate 9 minuti da quando inizierà a bollire prima di scolarle.

Non appena si saranno intiepidite, sgusciatele _13_ e trasferitele in una pirofila. Schiacciatele con la forchetta, poi aggiungete le cipolle _15_.

Condite con sale e pepe, mescolate e conservate in frigorifero fino all’utilizzo _16_. Quando l’impasto sarà raddoppiato di volume _17_, trasferitelo su un piano di lavoro leggermente infarinato _18_.

Ricavate 7 porzioni da circa 140 g l’una _19_, poi date a ciascuna porzione la forma di una pallina _20_ e schiacciatele utilizzando il palmo della mano _21_.

Sistemate un po’ di ripieno al centro _22_, poi richiudete i panzerotti portando una delle estremità sul ripieno _23_ e arrotolandoli leggermente _24_.

Pizzicate le estremità per sigillare i pirozhki, poi trasferiteli su una leccarda foderata con carta forno _26_. Sbattete il tuorlo con il latte e utilizzatelo per spennellare la superficie _27_.

Cuocete i pirozhki in forno statico preriscaldato a 200° per 20 minuti nel ripiano centrale. Una volta sfornati _29_, lasciate intiepidire i vostri pirozhki prima di servirli _30_!

Beato Guglielmo di Noto

Nato a Noto (SR) nel 1309, dalla nobile famiglia Buccheri, da giovanissimo entrò a far parte della corte di Re Federico II col ruolo di paggio. Un giorno in una battuta di caccia alle falde dell’Etna un grosso cinghiale stava aggredendo il Sovrano, allorché il giovane paggio Guglielmo si gettò armato sulla bestia, salvando la vita al Re, ma riducendosi in fin di vita per un morso ricevuto dal cinghiale. Guarito per intercessione della Martire Agata, decide di darsi alla vita eremitica prima nella sua città di Noto, dopo, per ispirazione della Vergine Maria nella città di Scicli (RG) dove morirà il 4 aprile 1404. Beatificato con breve del 9 aprile 1537 da Papa Paolo III.Invocato per ottenere la pioggiaA Scicli in Sicilia, beato Guglielmo Cuffitelli, eremita, che, abbandonata la passione per la caccia, visse per cinquantasette anni in solitudine e in povertà.