Bella, nordica e colta. Un weekend a Trieste

Bella, nordica e colta. Un weekend a Trieste
Da sempre terra contesa, affascina e meraviglia per il suo carattere aspro ma allo stesso tempo elegante. Scopriamo le sue piazze e i suoi musei
di SARA STEFANINI

“La mia anima è a Trieste”, scriveva James Joyce. E molti furono i versi che Umberto Saba spese per la sua città “pensosa e schiva”, allora austro-ungarica.

Trieste ha un passato tormentato, ma fin dai tempi degli antichi romani ha sempre rappresentato un importante e strategico porto oltre che un ponte tra l’Europa occidentale e quella centro-meridionale. Non a caso, ha esercitato un fascino speciale su artisti e scrittori di tutto il mondo, come, appunto, Joyce e Stendhal. E ha gelosamente cresciuto autori come Susanna Tamaro e Italo Svevo.
Il suo porto è il più grande e importante d’Italia e fu il principale sbocco marittimo dell’Impero Asburgico. Come scrisse Saba, Trieste è una città “pensosa e schiva”, ma dal sontuoso fascino ed eleganza, che ha saputo mescolare sapientemente caratteri mediterranei e mitteleuropei. Tracciamo, quindi, insieme un itinerario per visitarla in un weekend.

Primo giorno. La nostra prima tappa è il cosiddetto “salotto di Trieste”: Piazza Unità. È un vanto per i triestini, non solo per l’importanza storica che ha avuto, ma anche perché è la più grande piazza affacciata sul mare in Europa. Nata come Piazza San Pietro per la presenza di una chiesetta, divenne poi Piazza Grande e, nel 1918, Piazza Unità.

Con le spalle al mare e partendo da sinistra, vediamo il Palazzo della Luogotenenza austriaca sede della Prefettura, poi Palazzo Stratti con il famoso Caffè degli Specchi, luogo d’incontro per illustri letterati del passato ma anche del presente, nel quale molti versi e libri sono stati scritti e pensati. A seguire, Palazzo Modello, sede del Municipio; Palazzo Pitteri – il più antico della piazza – Palazzo Vanoli e il palazzo della Regione.

La piazza è impreziosita dalla Fontana dei Quattro Continenti, costruita tra il 1751 e il 1754. Ora voltiamoci verso il mare: proprio lì c’è la seconda attrazione più famosa di Trieste, il Molo audace. Prende il nome dalla prima nave, un cacciatorpediniere, che entrò in quello che un tempo era Molo San Carlo, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e l’annessione all’Italia.
Trieste, angoli da scoprire

 Dall'altra parte del molo, dietro la piazza si nasconde la chiesa di Santa Maria Maggiore. È uno degli edifici religiosi più importanti della città e l'unico costruito in stile barocco. Una curiosità: all'interno è conservata l'immagine della Madonna della Salute, molto cara ai triestini nel 1849, anno in cui scoppiò un'epidemia di colera. Accanto alla chiesa di Santa Maria Maggiore è anche possibile visitare la piccola Basilica di San Silvestro, in stile romanico.

Proseguendo lungo via della Cattedrale, arriviamo di fronte alla Cattedrale di San Giusto, patrono di Trieste, la cui ricorrenza è il 3 novembre. Si trova sull’omonimo colle che domina la città e della facciata risalta il grande rosone gotico e la lapide sopra la porta, che ricorda il bombardamento austro-inglese del 1813 contro le truppe napoleoniche che si nascondevano nel vicino Castello. Al suo interno spiccano dei bellissimi mosaici gotici. Se il tempo fosse bello, senza nebbia né foschia, potremmo salire sul campanile per gustarci il panorama della città e del golfo.

A sinistra della Cattedrale, invece, si accede al Battistero e al Museo con il Tesoro che conserva anche “l’alabarda di San Sergio” portata a Trieste dai reduci della prima Crociata. Se ci restasse ancora del tempo, sarebbe interessante visitare il Castello di San Giusto, voluto dagli imperatori d’Austria per proteggere e controllare la città.

Scendendo dal Colle e tornando verso la città nuova, colpisce l’anfiteatro romano risalente al I-II secolo d.C.. Ospitava fino a 6mila spettatori. In quel periodo storico, il Teatro Romano si trovava in riva al mare e gli attori potevano sfruttare il meraviglioso scenario naturale.

Non troppo lontano da qui, incontriamo anche l’Arco di Riccardo, struttura costruita all’epoca di Ottaviano Augusto intorno al 33 a.C., alta m. 7,20, larga 5,30 e profonda 2. Non è ben chiaro se fungeva da ingresso alla Tergeste romana o come porta d’accesso a un’area sacra.

Secondo giorno. A 8 km dal centro e affacciato sul golfo con dei bellissimi giardini, incanta il Castello di Miramare, uno dei più belli e meglio conservati castelli d’Italia. Giosuè Carducci lo definì “nido d’amore costruito in vano”, perché voluto nel 1850 dall’arciduca Ferdinando Massimiliano d’Asburgo per viverci insieme alla consorte Carlotta del Belgio.

In realtà, però, non divenne mai il nido d’amore della coppia reale perché Massimiliano venne fucilato in Messico. L’Arciduca era un amante della botanica, per questo motivo, il giardino reale – di ben 22 ettari – è ricco di tantissime varietà di piante. Di ritorno da ogni viaggio, portava semi e fiori tipici del posto. Quanto al castello, colpisce il suo stile eclettico poiché unisce elementi gotici, rinascimentali e medievali.

Volendo, possiamo tornare verso il centro città a piedi per gustarci la rilassante passeggiata sul lungomare. Circa a metà tragitto, incontriamo il Faro della Vittoria, monumento commemorativo dedicato ai marinai caduti della Prima Guerra Mondiale. Opera dello scultore Giovanni Mayer, fu inaugurato nel 1927 da Re Vittorio Emanuele III. Infatti, è evidente anche la non troppo celata celebrazione della vittoria italiana contro l’Impero Austro-Ungarico. Sul basamento c’è l’iscrizione creata da Gabriele D’Annunzio “Splendi e ricorda i caduti sul mare”. In alto, si spiega la Vittoria Alata, alta 7 metri, che impugna una corona d’alloro nella mano destra e una fiaccola nella sinistra. Per proteggerla dal forte vento di Bora, è stata progettata con un complesso meccanismo interno che fa “sbattere” le ali in modo da assorbire le raffiche di vento.

Terzo giorno. L’ultima giornata triestina comincia con la visita del museo Revoltella, la galleria d’arte moderna nata dalla volontà del Barone Pasquale Revoltella. Alla sua morte, infatti, donò alla città il suo palazzo con annessa collezione d’arte privata. Il museo non dovrebbe portarci via più di un paio d’ore, dopo le quali possiamo cominciare a dirigerci verso il sontuoso Borgo Teresiano.

Prima però, inevitabilmente, si passa per piazza della Borsa, polo economico del XIX secolo. Spicca il teatro lirico “Giuseppe Verdi”, il Palazzo Tergesteo e il Palazzo della Borsa, detto Borsa Vecchia, che ora ospita la camera di Commercio. Di fronte troviamo la Fontana del Nettuno e la colonna di Leopoldo I d’Austria.

Percorriamo via della Cassa di Risparmio per trovarci di fronte al romantico Canal Grande. Ricorda evidentemente Venezia, perché fu realizzato nel 1754 dal veneziano Matteo Pirona. Il Canale, costruito affinché le imbarcazioni potessero giungere direttamente al centro città per scaricare e caricare merci, nasce dalle saline che vennero per la maggior parte interrate, permettendo lo sviluppo urbanistico della città.

Siamo in pieno Borgo Teresiano, zona costruita verso la metà del XVIII secolo sull’onda del crescente sviluppo commerciale della città.

Proprio là dove ha inizio il Canale, spicca imponente la chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo. E accanto, è possibile visitare anche il Tempio Serbo Ortodosso di San Spiridione. Da non perdere anche San Nicolò dei Greci, dirigendosi verso il lungomare.

Abbiamo ancora del tempo per salire sul bus 8 o 10 e dirigerci verso la Risiera di San Sabba. Dal 1913 al 1943, appunto, è stato uno stabilimento per la pilatura del riso ma, dopo i nazisti lo trasformarono in un campo di prigionia per la deportazione e l’eliminazione di ostaggi, partigiani, detenuti politici ed ebrei. Più di 3.500 persone furono uccise e oltre 8mila furono deportate nei campi di sterminio del Nord Europa.

Il nostro viaggio termina qui, ma se avessimo avuto più giorni a disposizione avremmo potuto visitare anche i dintorni e non avremmo di certo perso la Grotta Gigante, scoperta per puro caso nel 1890. Tra scale ripide si scende fino a 80 metri di profondità, dove è possibile ammirare la Colonna Ruggero, la stalagmite più imponente di circa 12 metri.

Al centro della caverna c’è la stazione di ricerca geofisica dell’Università degli Studi di Trieste per lo studio dei movimenti della crosta terrestre. Da Trieste si può arrivare con un bus, il 42 da piazza Oberdan.

E saremmo, inoltre, riusciti a salire sullo storico tram diretto a Opicina che, sempre da piazza Oberdan, si inerpica sulle alture del Carso fino a 348 metri di altezza, da ben 110 anni (attualmente il servizio risulta sospeso fino a data da destinarsi, ndr). Questo lento percorso offre panorami mozzafiato. Chi vuole passeggiare, può scendere prima del capolinea e farsi gli ultimi tratti in salita: sarà ricompensato con del tipico cibo in una delle tante “Osmize”, trattorie spartane dove i contadini cucinano piatti locali e vendono vino prodotto da loro.

arezzo

Arezzo: città d’arte e di poeti
Arezzo è una delle città più belle della Toscana, che incanta con il suo fascino medievale. Città d’arte e di poeti, attrae molti visitatori per la storia che custodisce. Il centro storico mostra il fascino del suo passato e dei grandi artisti che hanno lasciato il segno indelebile del loro passaggio.
Toscana
Attrazioni culturali
di Stefania Lombardi

Tra le tante città da visitare in Toscana non può mancare Arezzo con il suo bellissimo centro storico. La città, ricca di storia ed arte, ha come simbolo la meravigliosa Piazza Grande, circondata da importanti edifici. Visitare a Arezzo vuol dire venire a contatto con una storia antichissima. Prima città Etrusca, poi importante centro Romano, e dominio fiorentino, Arezzo è ricco di resti e monumenti che valgono sicuramente il viaggio.
Cosa vedere ad Arezzo

Nel cuore della città medievale di Arezzo si apre la meravigliosa Piazza Grande, il simbolo della città. La Piazza è molto scenografica ed è circondata da edifici di varie epoche che la rendono ancor più suggestiva. Piazza Grande ha forma trapezoidale ed è fortemente inclinata. Nata intorno al 1200 è stata successivamente modificata e ridimensionata con l’aggiunta del loggiato vasariano. Tra gli edifici più importanti che circondano la piazza, ricordiamo il Palazzo delle Logge, costruito nel 1573 da Giorgio Vasari, il Palazzo della fraternita dei Laici, con una facciata in parte gotica e in parte rinascimentale e l’orologio astronomico ancora in funzione, il Palazzo del Tribunale, con una scalinata semicircolare. Sulla sinistra sorge la Pieve di Santa Maria. In realtà quello che si vede nella piazza è l’abside della chiesa, mentre l’ingresso principale si trova in Via Seteria. La Pieve presenta cinque arcate cieche e tre ordini di loggiati. Accanto alla chiesa svetta il campanile, detto delle 100 buche per la particolare lavorazione delle bifore. L’interno è composto da tre navate ed un soffitto a capriate. Una delle opere più importanti della Pieve è il Polittico di Pietro Lorenzetti raffigurante una Madonna col Bambino.
Nella Piazza Grande ogni anno si svolge la Giostra del Saracino, un torneo cavalleresco che si tiene a giugno e settembre, riproducendo l’antico gioco cavalleresco del periodo medievale.

Una delle chiese più celebri di Arezzo è la Basilica di San Francesco. Questa chiesa è famosa soprattutto per la presenza di un capolavoro di Piero della Francesca “La leggenda della Vera Croce”. Il ciclo di affreschi racconta la storia del pezzo di legno con il quale fu costruita la croce di Gesù. A rendere celebre, invece, la chiesa di San Domenico, è il grande crocifisso di Cimabue. Si tratta di una grande croce alta più di tre metri, dipinta tra il 1268 e il 1271.
Sulla collina di Arezzo si trova il Duomo della città dedicato a San Donato, il santo patrono. La costruzione è visibile in tutte le zone della città, infatti ne è diventato un simbolo indistinguibile. L’edificio è stato eretto nel XIII secolo ma i lavori si sono conclusi solo dopo il 1500, mentre la facciata risale al XX secolo. Della struttura del Duomo di Arezzo da notare è il campanile, che fu trasformato dalla sua iniziale forma a vela nella metà del 1800 e completato quasi un secolo dopo dalla guglia attuale. L’interno è formato da tre navate ornate dalle vetrate istoriate del Marcillat. Tra le altre opere conservate nel Duomo si può ammirare la Maddalena di Piero della Francesca.
Arezzo è anche ricca di aree verdi, aspetto che la rende ancor più piacevole da visitare. Il parco che si trova lungo la parete esterna del Duomo è dominato dalla statua del Petrarca, un personaggio molto rappresentativo della zona. La Fortezza Medicea, si cela dietro una fila di alberi, ed è costruita a forma di stella a cinque punte su undicazione di Cosimo I dè Medici. Sotto al parco si trova la casa del Petrarca, mentre sulla sinistra si scorgono le rovine del Palazzo del Capitano del Popolo .

Tra le cose più interessanti da ammirare durante una visita ad Arezzo, segnaliamo il Museo Casa Vasari dedicato al pittore, architetto e scultore Giorgio Vasari. L’artista è nato proprio ad Arezzo e l’edificio dove è stato allestito il museo era di sua proprietà. Il Museo consente di entrare in una casa d’artista del tardo Rinascimento. La struttura è composta da tre piani e dotata di un giardino pensile. Al piano nobile si trova l’appartamento con la Camera della Fama e delle Arti, la Camera delle Muse, la Camera di Abramo e il Salone del Camino.
Tra i Musei più importanti di Arezzo ricordiamo il Museo di Arte Medievale, ospitato nella Casa della Dogana. Lungo il percorso all’interno del museo si possono ammirare opere di Pietro Lorenzetti, Parri di Spinello, Bartolomeo della Gatta, Andrea della Robbia, Vasari, ceramiche di scuola umbra e toscana fino ad arrivare alle opere più recenti dell’Ottocento toscano con tele di Telemaco Signorini e Cecioni.

Bambino autistico piange a dirotto in volo: la hostess lo calma. La mamma dei bimbo: «Lei emette un’aura di amore» di Simone Corbetta

Un’assistente di volo dal cuore d’oro è riuscita a trovare il modo di calmare un bambino autistico di cinque anni con una rara malattia genetica dopo che ha avuto un attacco di panico in aereo. La mamma del piccolo, Sonja Redding, ha riferito che suo figlio Xayvior, quando ha degli choc, può anche diventare aggressivo. Suo figlio ha iniziato ad avere problemi su un volo diretto a Washington DC ed è stato in quel momento che l’assistente di volo della Delta, Amanda Amburgy, è corsa in suo aiuto. Si è precipitata verso di loro ed ha chiesto di poter prendere il bambino con se e lo ha distratto con le lucine blu che si illuminavano sopra le cappelliere: “Gli piacevano davvero tanto”.

La signora Redding ha raccontato dell’accaduto su un post di Facebook: “Sembrava che all’interno dell’aereo tutti ci guardassero strano e fossero infastiditi da mio figlio. Può essere molto frustrante quando le altre persone hanno difficoltà a capire che non è maleducato, ma un bambino con dei bisogni speciali e che alcune volte non sa controllare le sue reazioni. Le persone non sempre capiscono che la loro normalità non è la normalità di tutti gli altri”. Ha inoltre aggiunto che suo figlio è affetto da acidemia metilmalonica (MMA) una malattia genetica pericolosa che causa l’accumulo di acido metilmalonico nel sangue. Non esiste al momento alcuna cura per questa malattia. In quel momento Sonja non era a conoscenza del nome dell’hostess.

«Il bambino ha spesso delle crisi in pubblico e di solito la gente guarda con sdegno e fa commenti scortesi. E’ per questo che sono stata così commossa dal suo gesto». Il suo post è stato condiviso più di un migliaio di volte ed alla fine si è riusciti a risalire all’identità della gentile assistente. La signora Redding, tuttavia, ha una propria teoria di come Amburgy sia riuscita a calmare suo figlio: «Penso che emetta un’aura di amore e compassione e Xayvior ha molto gradito questo».

Mission District, il quartiere latino più cool di San Francisco di Francesca Spanò

Una città multietnica ed ecosostenibile come San Francisco, lascia sempre suggestioni profonde nel viaggiatore che la scopre per la prima volta. Al di là della sua immagine patinata da cartolina, che più volte rimandano i giornali di turismo o le classiche foto dei visitatori, ha un cuore da scoprire che si snoda tra quartieri meno noti e scorci insospettabili. Il Mission District, detto anche The Mission, non è certo uno dei suoi angoli più sconosciuti, tuttavia non è spesso compreso durante un tour da queste parti ed è un vero peccato perdersi i colori e le attrazioni dell’area latina dove si trova anche il più antico edificio cittadino.

Passeggiando per Mission

A guardarla da lontano, San Francisco, appare circondata da iconiche colline, mentre diversi microclimi la caratterizzano. Tuttavia, una delle sue peculiarità più note è quella di essere una città facile da visitare a piedi. Attraverso un itinerario ad hoc, si arriva a Mission che oltre ad essere storicamente famoso e interessante, resta la zona abitata da più tempo. Per arrivare, basta seguire la strada che attraversa un viale di palme, fermandosi di tanto in tanto ad esplorare lungo il percorso chiese antiche ed edifici storici, così come le molte case classiche edoardiane e vittoriane presenti. Con la fotocamera a portata di mano, da queste parti si possono cercare panorami mozzafiato che giungono a sorpresa e poi fermarsi ai vari ristoranti intorno a Dolores Park, prima di godere dello spettacolo delle formazioni rocciose presenti all’orizzonte.

Il tour (e cosa vedere)

Si snoda per circa 3 km e si completa in una quarantina di minuti, partendo da Market St. al 14th St. fino a Cesar Chavez St. in Mission St. Dirigendosi all’incrocio tra Market St, Church St e la 14th St, si attraversa e si inizia a camminare dal lato dove sorge Safeway. La direzione è quella verso est sulla 14th e a destra, ecco Dolores Street. Da qui è tutto un susseguirsi di mitiche strade e attrazioni da non perdere.

Dolores Street: è molto importante segnarla tra le cose da vedere, perché conserva tutta la vera atmosfera del quartiere sullo sfondo di dolci colline. Durante il terremoto e l’incendio del 1906, tra l’altro, fu un importante spazio salvavita e gli edifici vittoriani sopravvissuti, sono oggi una vera attrazione. Svettano superbi quasi tutti sul lato ovest, mentre a est gli edifici sono più in stile edoardiano. Molto probabile, invece, che le palme furono piantate in preparazione della Pan Pacific Expo del 1915 dal sovrintendente del Golden Gate Park, John McLaren. Tuttavia, è altrettanto probabile che furono messe successivamente quando invece la fiera fu demolita.

Tanforan Cottages (214 e 220 Dolores Street): risalgono al 1850 e queste due villette costruite con legno di sequoia sono probabilmente le case più antiche della città.

Sha’ar Zahav e la prima chiesa mennonita di San Francisco (290 Dolores Street): la Sha’ar Zahav è una sinagoga della Riforma progressista, fondata nel 1977. La prima Chiesa mennonita di San Francisco, invece, è dedicata alla comunità anabattista.

Mission Dolores (3321 16th St.): la Misión San Francisco de Asís, fondata nel 1776, è la chiesa più antica di San Francisco. Il suo cimitero missionario rimane uno dei soli tre luoghi di sepoltura ancora presenti entro i confini cittadini.

I murales del Mission District: il quartiere è veramente multietnico, quasi un vero museo a cielo aperto e l’arte qui è ovunque, in un work in progress perenne. Ci sono in totale almeno mille murales da scoprire. Si può cominciare a Clarion Alley, tra la 17th e la 18th, una strada legata agli artisti del Clarion Alley Mural Project, con un collettivo che traduce la rabbia causata dalle guerre civili scoppiate nel Centroamerica in capolavori.

Mission High School (3750 18th St.): costruito nel 1896, questo è il più antico liceo di San Francisco e si trova ancora nel suo luogo d’origine. Fu risistemato in stile barocco spagnolo dopo un incendio a metà degli anni ’20.

Dolores Park (19th e Dolores streets): un tempo sede di un cimitero ebraico e di un campo per 1.600 rifugiati, oggi è uno dei parchi più popolari della città, appena rinnovato con campi da tennis, un nuovo parco giochi per bambini, numerosi spazi verdi adatti ad abbronzarsi e eventi per tutti. Al 19th Street, c’è il Dolores Park. Qui, il consiglio è quello di salire le scale oltre la campana della libertà messicana e la statua di Padre Hidalgo. Successivamente basta uscire dal parco, girare a a sinistra su Church St. e camminare fino alla 20th Street per vedere l’idrante antincendio dorato. Lo stesso che ha salvato più volte la città dalla distruzione. Ogni anno, nell’anniversario del Grande Terremoto, il 18 aprile, l’idrante riceve una nuova mano di vernice dorata alle 5:12 della mattina, l’esatto momento in cui il devastante terremoto distrusse l’80% di San Francisco.

Mission St.: negli anni ’40 era un corridoio commerciale per le famiglie latinoamericare. Qui, ci si può divertire a fare shopping o ad assaggiare cibo etnico.

Valencia St.: un tempo era un mix funky di officine di riparazione di auto, squallidi pub notturni, uffici di organizzazioni no-profit e aziende di proprietà di donne che si occupavano delle comunità latine povere. Oggi, trasmette un’energia travolgente tra ristoranti e locali cool.

Arriva il primo pane di grano arricchito con fibre di agrumi

Arriverà presto sulle tavole il primo pane di grano duro arricchito con fibre di agrumi. Le fibre alimentari aiutano a mantenersi in salute e contribuiscono a prevenire le malattie cardiovascolari e l’insorgenza del diabete di tipo 2 ed è per questo che i ricercatori del CREA (centri di Cerealicoltura e Colture Industriali e di Olivicoltura, Frutticoltura e Agrumicoltura) hanno sviluppato un pane “ad alto contenuto di fibre”, arricchito per la prima volta con le fibre contenute nella farina di agrumi.

Tale farina si ottiene dopo numerosi lavaggi ed essiccazione dal pastazzo (buccia, polpa e semi), un sottoprodotto della lavorazione degli agrumi che ancora oggi rappresenta un oneroso rifiuto, con elevati costi di smaltimento e problematiche ambientali, vista la produzione pari a circa 500.000 tonnellate all’anno. Lo studio, realizzato insieme al Dipartimento di Agricoltura Alimentazione e Ambiente dell’Università di Catania, è stato recentemente pubblicato sulla rivista Frontiers in Nutrition. Dal punto di vista chimico-fisico, le fibre di agrumi, di differenti tipologie e in diverse percentuali, non hanno avuto alcun impatto sulla conservabilità del pane, sul volume e sul peso, sulla struttura interna e sul pH. Dal punto di vista sensoriale, i pani arricchiti con fibre di arance rosse e di limone presentano un leggero sapore agrumato, ma qualitativamente risultano simili ai pani che ne sono privi. Inoltre, l’aggiunta di fibre di arance rosse e di limone nella farina di grano duro consente di produrre pane ad alto contenuto di fibre, perché presenta valori superiori ai 6 g per 100 g di prodotto.

A differenza, quindi, di un pane prodotto con uno sfarinato integrale 100% di grano, quello arricchito con le farine di agrumi preserva le caratteristiche fisiche e sensoriali del pane tradizionale, ma con un maggiore valore nutrizionale. L’uso di fibre di agrumi nella panificazione, infine, può essere considerato un’alternativa ecologica per il riutilizzo e la valorizzazione degli scarti e dei sottoprodotti della lavorazione degli agrumi.

Cuba: itinerario a piedi nel cuore della Habana Viejadi Francesca Spanò

Strade acciottolate e in lontananza echi di musiche ritmate, mentre gli edifici, illuminati dai caldi raggi del sole, si vestono di sfumature brillanti e si accendono di colore. Questo è il cuore de L’Avana (La Habana Vieja), dove la tradizioni si perdono ancora nel passato e alle auto d’epoca si contrappongono balli tipici, dimore coloniali e il sorriso immancabile dei più anziani che sorseggiano rhum, con il sigaro locale in mano. Il tour nella sua parte storica, traccia un cammino diviso in un dedalo di viuzze che attraversano un nucleo di sette isolati per due, restaurato, a formare un romboide. Le principali piazze sono agli angoli e i gioielli architettonici non si contano, distribuiti su diversi percorsi spesso pedonali. Attenzione però: il caldo, a volte, può essere opprimente, quindi meglio intraprendere il giro di mattina.

Cosa vedere, dove andare

La passeggiata può iniziare dall’angolo sud-ovest di Plaza de Armas: su Calle Obisco spiccano case coloniali con balconi lignei, portoni in mogano e architettura particolare. Sulla stessa strada, al numero 119, c’è una libreria che rappresenta la casa più antica della città, proprio accanto al Museo de la Orfebreria, che espone manufatti in argento. Raggiungendo Calle Oficios si incontra la Casa de los Arabes, dedicata alla cultura araba a Cuba. Di fronte, invece, ecco il Deposito del Automovil che espone auto d’epoca. Proseguendo fino a la Plaza de San Francisco.

Andar per dimore coloniali

Le più belle de la Habana Vieja si trovano nell’isolato di fronte alla Iglesia y Convento de San Francisco de Asis. Tra queste spicca la Galeria Carmen Montilla Tinoco con facciate verde chiaro e rosa pallido. In zona c’è anche il Museo Palacio de Gobierno con un atrio neoclassico che prende luce dalle vetrate policrome. Ha ospitato nel tempo la Camera dei Rappresentanti, il Ministero dell’Istruzione e il Consiglio Comunale. Oggi espone oggetti storici.

Tra musei e curiosità

Da non perdere è certamente uno sguardo al Coche Presidencial Mambi, un antico vagone ferroviario presidenziale, che occupa lo spazio tra il Convento prima citato e la Antigua Camara. Superata Plaza Veja, ci si può dirigere verso il Museo del Chocolate, per provare diverse varietà artigianali. Se cercate una zona di sicuro effetto, il vostro indirizzo è la Casa de la Obra Pia, nell’omonima via, dalla facciata giallo chiaro e crema, che risale al Cinquecento. Apparteneva a un uomo buono, le cui opere caritatevoli hanno dato il nome alla strada. Sempre sullo stesso tema, chi ama la cultura africana, può visitare a Calle Obisco, Casa de Africa. In zona, altre esposizioni interessanti sono quelle del Museo del Tabaco, a Calle Mercaderes, sopra alla Casa del Tabaco, con oggetti a tema e, soprattutto, la curiosa Maqueta del Centro Historico che espone un modello in scala 1:500 de La Habana Vieja. E, ancora, se avete tempo non perdete la possibilità di fermarvi all’Hotel Ambos Mundos e salire alla Camera 511 dove soggiornò Hernest Hemingway e vi scrisse Per chi suona la campana. Per concludere il giro, dirigetevi verso Plaza de la Catedral, continuate verso Calle San Ignacio che sfocia in Calle Tacon. Questa strada rappresentava il confine de La Habana Vieja e ancora oggi corre parallela ai resti delle mura fortificate della città. Prima di tornare in hotel, infine, dare una occhiata alla facciata barocca del Seminario de San Carlos y San Ambrosio, gesuita, fondato nel 1774 ma oggi chiuso al pubblico e al caratteristico mercato dell’artigianato che si allunga fino alla plazuela all’incrocio fra Tacon e Empedrado.

La spiaggia del Buon Dormire di Palinuro


Una delle spiagge più belle d’Italia e del Cilento è la baia del Buon Dormire. La spiaggia è un paradiso incontaminato con dei colori unici, dal dorato della sabbia fino al verde smeraldo del mare. L’aspetto che rende questa fantastica spiaggia di Palinuro ancor più suggestiva è rappresentato dal fatto che si raggiunge solo via mare.
Stefania Lombardi
La spiaggia del Buon Dormire è uno di luoghi più suggestivi del Cilento. Più volte premiata con la Bandiera Blu, è caratterizzata da un mare color smeraldo e una sabbia dorata e finissima. L’aspetto che rende questa fantastica spiaggia di Palinuro ancor più suggestiva è rappresentato dal fatto che si raggiunge solo via mare, con imbarcazioni che partono ogni mattina dal porto d Palinuro. La spiaggia può essere raggiunta anche in pedalò o a nuoto dalla vicina Marinella, altra belllissima spiaggia di sabbia.
Una spiaggia che vale la pena di visitare durante le vostre vacanze in Cilento.

Se durante le vostre vacanze estive volete stare lontani dai posti troppo affollati, la baia del Buon Dormire a Palinuro è il luogo giusto per voi. Il nome della baia non tradisce il relax e la tranquillità che si trova. La spiaggia è una piccola striscia di sabbia dorata protetta dalle rocce e bagnata da un mare trasparente e color smeraldo. Lo spettacolo della baia che si apre davanti ai visitatori è una meraviglia della natura, le rocce a strapiombo conducono lo sguardo fino al mare, tanto da sembrare un quadro dipinto dalla natura. Le acque della Baia sono molto basse e quindi sono ideali anche per i bambini, e per chi ha poca dimestichezza con il nuoto. Di fronte la spiaggia si può ammirare uno scoglio dalla forma particolare, detto lo scoglio del Coniglio, la sua sagoma, infatti, da lontano somiglia proprio aquesto animale. L’isolotto è ricoperto di alberi e rende ancor più prezioso il paesaggio.
Bisogna sottolineare che sulla spiaggia del Buon Dormire non sono presenti servizi, quindi è bene equipaggiarsi con degli ombrelloni, per non rischiare un’insolazione. Solo durante la stagione estiva, nella baia apre un piccolo chiosco. E’ bene non raggiungere la spiaggia troppo tardi poichè nelle prime ore del pomeriggio il sole che riscalda la spiaggia scompare dietro le rocce.

Lo shopping è terapeutico: abbassa ansia e stress e aiuta a mantenersi in formadi Alessia Strinati

Lo shopping, è terapeutico: abbassa ansia, e stress, e aiuta a mantenersi in forma. Lo shopping, cura la mente e l’animo. Non è solo una scusa usata da chi ha le mani bucate, ma lo dice la scienza, . Gli spendaccioni di tutto il mondo ora avranno un alibi perfetto per concedersi qualche acquisto in più, visto che secondo uno studio scientifico condotto da un pool di ricercatori di Taiwan e Australia su 1.900 volontari di entrambi i sessi e pubblicato sulla rivista specializzata “Journal of epidemiology and community health”, lo shopping farebbe diminuire ansia e stress.

Fare spese, dunque, farebbe bene alla mente e al corpo, non solo perché riduce lo stress, uno dei fattori di rischio di molte malattie come quelle cardiovascolari, ma perché aumenterebbe l’autostima, ridurrebbe l’ansia, aumenta il senso di felicità e soddisfazione, oltre al fatto che camminare per negozi è un esercizio fisico che sicuramente non può che far bene al corpo.

Non è necessario esagerare con le sperse e arrivare a fare acquisti folli, ma concedersi shopping, anche con una certa regolarità, avrebbe molti più benefici che controindicazioni. L’effetto calmante dello shopping può essere terapeutico, in alcuni casi fare spese si traduce in una forma di divertimento che aiuta a combattere la depressione e un senso di malessere e isolamento. Lo shopping migliora anche l’autostima: su un campione di mille persone dal portale di commercio online Zalando è emerso che l’8% degli italiani si dedica alle spese quando si sente gù di morale, perché l’acquisto determina immediati benefici dal punto di vista psicologico.

Fare shopping è un ottimo incentivo per stare in forma: comprare abiti nei quali sarà necessario entrare, aiuta a mantenersi attivi e lo stesso passeggiare per vetrine è una forma di fitness. Secondo la ricerca scientifica, passeggiare per tre ore fra una vetrina e l’altra permette di bruciare 350 calorie, che possono diventare 500 se si decide di evitare ascensori e scale mobili.

Se i benefici sono molti, bisogna comunque porsi un limite. In primis per il portafogli, ma anche per evitare che qualcosa di positivo possa diventare un’ossessione e dare origine ad atteggiamenti compulsivi. Se è vero che lo shopping fa bene è altrettanto vero che può portare a una forma di dipendenza patologica. Il consiglio degli esperti è porsi dei limiti di budget che aiutino a non strafare e a godere dello shopping senza conseguenze rischiose.

Zanzibar, 15 cose da fare assolutamente nell’isola della Tanzania di Francesca Spanò

Il mare color Tiffany crea un contrasto perfetto con gli abiti di ottimo cotone africano dai toni caldi dell’arancio, del giallo e del rosso. E poi il fenomeno delle maree, le stelle marine rosso scuro oggetto di indiscriminati selfie e le onnipresenti palme verdi a far da sfondo a tutte le foto. Siamo abituati a un’immagine classica quanto perfetta della deliziosa Zanzibar, location paradisiaca per gli sposi in luna di miele, per le famiglie in cerca di relax o per chi desidera scoprire il contatto più vero con un continente che incanta.

Eppure come tutte le destinazioni idilliache va vissuta con calma e scoperta negli scorci meno turistici, per poter dire di essere riusciti a catturare quell’attimo che resterà per sempre imprigionato nell’angolo più profondo del cuore. Non è il caso dunque di affannarsi per vederne ogni centimetro, l’ansia impedirebbe di vivere al meglio la prima attività: quella di dedicarsi al dolce far niente sulla spiaggia. In più, costringerebbe a perdere anche la seconda: quella di iniziare una serie di tour in fai da te dal sapore romantico, avventuroso, fuori dal tempo e unico. A ognuno il suo giro, insomma, l’importante è che sia organizzato in versione slow.

Le esperienze a Zanzibar che proprio non puoi perdere

La gita in dhow a vela triangolare: fa parte delle imbarcazioni tipiche del luogo, una vera icona nautica dell’Africa orientale. Se è vero che sempre più spesso queste vengono sostituite da modelli più moderni, è sicuro che per lo scatto perfetto non c’è storia. E in più permettono di fare un salto nel tempo e vivere la traversata in versione tradizionale. Il momento migliore? Di solito al tramonto, per chiudere la giornata ipnotizzati dalle onde, sorseggiando una bevanda rinfrescante.

Mangiare pesce a Unguja: inutile dire che è sempre freschissimo e appena pescato, ma la vera delizia è rappresentata dalla cucina swahili che riguarda la maggior parte dei locali presenti in zona. Mescola, infatti, il meglio delle tradizioni africane con quelle arabe, indiane e dell’Estremo Oriente. Da provare assolutamente.

Il tour delle spezie: a Zanzibar è comune visitare le fattorie dove la produzione è affidata alle famiglie. Qui sarà possibile prima di acquistare eventualmente, toccare, annusare e provare tutte le specialità presenti e portarle a casa per ricordare i piatti assaggiati o per insaporire i propri.

Una passeggiata a Stone Town: Africa e Oriente si mischiano perfettamente in un dedalo di strade tipiche e suggestive. Tra vicoli, dimore e palazzi decadenti, ci si sente immersi in una realtà parallela ma altrettanto ipnotica.

Snorkeling e immersioni che passione: le acque sono cristalline e i pesci tropicali non si contano, ovvio che vederli da vicino è un’emozione che non ci si può lasciare sfuggire in ogni caso.

Alla ricerca dei delfini nel mare blu: allontanadosi dalla riva, nelle acque protette della riserva marina della baia di Menai, la sorpresa di queste creature guizzanti può essere dietro l’angolo.

Accarezzare le tartarughe giganti: è d’obbligo consigliare di fare attenzione, visto che non sono proprio docili. In ogni caso, nell’isola di Changuu (o Prison Island) vivono queste creature lontane parenti dei dinosauri.

Tintarella al sole: dedicare qualche ora al relax in spiaggia è normale. Questo è il paradiso di distese di sabbia bianca come cipria e acque turchesi, ma attenzione al sole che essendo molto forte, qui scotta.

Escursioni nella foresta: nello specifico in quella di Ngezi, la più interessante dell’isola di Pemba, il posto perfetto per lasciarsi incantare tra latifoglie, rampicanti e radure sacre, abitate da gufi e scimmie.

La scoperta delle rovine medievali: la storia di Zanzibar sorprende a volte ed è così che si trovano anche fortezze risalenti all’epoca d’oro della civiltà mercantile swahili.

Un tour fino a Nungwi: cittadina molto vivace e amata, ormai è abbastanza turistica ma non mancano i ristoranti di pesce fresco, un vero acquario marino naturale e tramonti da cartolina.

Alla scoperta di Forodhani Gardens: si tratta del mercato alimentare serale di Stone Town sul lungomare, dove provare una varietà innumerevole di pesce in una magica atmosfera lunare.

Ritrovare le celle degli schiavi a Stone Town: si tratta di galere sotterranee dove gli schiavi venivano ammassati prima del giorno del mercato e della possibile vendita.

Mercato di Stone Town: dove trovare di tutto, dagli alimenti alla tecnologia.

La foresta di Jozani: una selva primordiale fresca e umida dove avvistare tante specie colorate, a partire dai camaleonti.

Dai rottami di un aereo nascono poltrone e tavolini per la casa di Giampiero Valenza

Con i rottami di un aereo si possono fare i mobili per una casa. Si chiama “A piece of sky” (Un pezzo di cielo) ed è una iniziativa per dare una seconda vita ai pezzi degli Airbus in dismissione. Così ali, musi, finestrini e staffe di montaggio diventano pezzi di design. Sono ventidue, finora, i prototipi realizzati.

Il muso dell’A350 in vetroresina è stato trasformato in una poltrona grazie alla designer parigina Christelle Doutey. Costo: 7000 euro. “Questo oggetto è caro perché è un pezzo unico, ma il nostro desiderio è quello di utilizzare pezzi meno rari per produrre mobili a prezzi abbordabili”, spiega Jeremy Brousseau, co-fondatore della start-up ‘A piece of sky’, al quotidiano francese La Depeche.

Il primo catalogo sarà online a partire dal 15 aprile sul sito http://www.apieceofsky.com. Ci saranno pezzi unici che costeranno diverse migliaia di euro e una gamma di prodotti più comuni tra gli 800 e i 1000 euro. Costa poco meno di 800 euro un tavolino realizzato grazie a un finestrino.

Le consegne di mobili e oggetti inizieranno a gennaio 2020. E le materie prime, sicuramente, non mancheranno: secondo alcune stime nei prossimi 20 anni saranno 12.000 gli aerei finiranno il loro servizio, di cui la metà è di Airbus.

Stress, 20 minuti al giorno immersi nella natura sono la “cura”

In caso di stress la ‘pillola’ giusta consiste in almeno 20 minuti al giorno a contatto con la natura in un parco urbano o ovunque sia possibile stabilire stare nel verde. Secondo lo studio pubblicato sulla rivista Frontiers in Psychology una simile esperienza è sufficiente a ridurre il principale ormone dello stress, il cortisolo.

«Sapevamo che trascorrere del tempo immerse nella natura ha effetti anti-sterss, ma finora non era noto in quali ‘dosi’ e in che maniera ‘assumere’ il contatto con la natura», afferma MaryCarol Hunter, della University of Michigan che ha condotto il lavoro. «Il nostro studio mostra che i risultati maggiori si ottengono trascorrendo da 20 a 30 minuti seduti o passeggiando in qualsiasi luogo che ci trasmetta il senso di vicinanza alla natura». La ricerca è stata condotta su un gruppo di volontari che per otto settimane hanno dovuto trascorrere del tempo in luoghi naturali, come un parco, ma senza fare sport, conversare con amici o svolgere altre attività che possono già di per sé avere un’influenza sullo stress. Ai volontari è stata misurata a più riprese la concentrazione del cortisolo nella saliva.

È emerso che l’ormone diminuisce a partire dai 20 minuti trascorsi a contatto con la natura; la concentrazione cala in proporzione al tempo trascorso fino a un calo massimo a 30 minuti di immersione nella natura. «I clinici possono usare i nostri risultati come regola basata sull’evidenza per stabilire come prescrivere il contatto con la natura» – afferma Hunter. «Il nostro studio fornisce le prime stime di come l’esperienza a contatto con la natura impatti sui livelli di stress nel contesto della normale vita quotidiana».

L’Uluru illuminato da 50mila bulbi: di Francesca Spanò installazione dell’artista Bruce Munr

Ci sono volute sette settimane per sistemare cinquantamila bulbi a energia solare che al crepuscolo accendono i riflettori sull’Uluru, la roccia sacra agli aborigeni. Appena arriva l’oscurità, questo angolo di Australia si illumina di milioni di sfumature colorate creando uno sfondo psichedelico persino difficile da descrivere, ma di certo emozionante. Il particolare campo luminoso sarà attivo fino al 2020 e dall’anno successivo l’artista che ha creato tale meraviglia, Bruce Munro, insieme a un gruppo di volontari, si occuperà di spostare la gigantesca opera d’arte in altre parti del mondo.

Un capolavoro naturalistico nel deserto rosso australiano

Il monolite in arenaria risale a ben 550 milioni di anni fa ed è sembrato adatto all’inglese Munro, per ottenere il massimo dell’effetto dall’opera d’arte luminosa. Del resto le sue creazioni a carattere immersivo non sono una novità e da tempo vengono apprezzate in tutto il mondo. In questo caso, mentre di giorno le tinte rossastre del paesaggio si fondono col blu del cielo, le notte inizia lo spettacolo di milioni di gradazioni che si fondono in un arcobaleno caleidoscopico. L’opera temporanea si trova allestita all’interno del Parco nazionale Uluru-Kata Tjuta per il progetto Tili Wiru Tjuta Nyakutjaku, che significa letteralmente Guardando molte luci belle. La sua grandezza totale è pari a sette campi da calcio con 15 tonnellate di sfere di vetro smerigliato, chilometri e chilometri di fibre ottiche e pannelli solari. Il vento fa oscillare i bulbi e fa cambiare loro colore per un effetto davvero magico.

Il Bosco di Biancaneve esiste davvero e si trova a pochi chilometri da Viterbo

Stanchi delle solite escursioni? C’è un posto a due passi da Viterbo che potrebbe soddisfare la vostra voglia di esplorare luoghi davvero singolari. È il Bosco del Sasseto, conosciuto anche come il Bosco di Biancaneve per l’atmosfera incantata in cui l’avventore è immerso quando vi si trova a passeggiare. Quest’angolo verde, che si trova ai piedi del Castello di Torre Alfina, sembra essere uscito dalle pagine di una fiaba: alberi secolari dalla forma così contorta da apparire come magiche figure immobilizzate, sentieri silenziosi immersi tra una fitta vegetazione rigogliosa e pietre vulcaniche ovunque. Anche la fauna, qui, è piuttosto variegata: sono presenti diverse specie di insetti, rettili, anfibi, piccoli mammiferi e uccelli notturni e diurni. Oggi il bosco rappresenta uno degli esempi meglio conservati di bosco relittuale mesofilo, caratteristica che gli ha permesso di diventare riserva integrale, monumento naturale e zona di protezione speciale (ZPS).:

Minorca in fiore: a primavera l’isola spagnola dà il meglio di sé di Francesca Spanò

Le tradizioni antiche della Semana Santa, i paesaggi unici e i riti che si ripetono nella cornice di una primavera che spalanca le porte ai colori intensi. Ogni dettaglio, evento o periodo dell’anno rende questo angolo di Baleari perfetto praticamente sempre. Sì, ma ora Minorca è ancora più speciale perché è un trionfo di fiori e natura in pieno risveglio dopo il lungo inverno.

Un tour nell’isola della calma

Un luogo dalla bellezza autentica e selvaggia, dove a completare l’offerta ci pensa anche la gastronomia e le vivaci cittadine cariche di privacy e scorci nascosti. Si raggiunge dall’Italia in poche ore di volo e il rapporto qualità prezzo è molto buono. La destinazione è super richiesta per i ponti primaverili, ma anche per festività importanti come la Pasqua, grazie al suo clima mite, che permette di vivere all’aria aperta e di andare alla ricerca di attrazioni spettacolari. A cominciare dai fiori con le loro corolle illuminate dai raggi del tiepido sole di questo periodo, fino ad arrivare agli scenari dei posti più remoti, che nascondono la vera anima di Minorca.

Le celebrazioni della Semana Santa

Durante la Settimana di Pasqua si può intraprendere un vero e proprio salto nella storia locale, prendendo parte a processioni e riti tradizionali molto suggestivi. Il martedì la Via Crucis è molto toccante e i figuranti in abiti d’epoca ripercorrono le varie fermate in vita di Gesù. Il Giovedì Santo, a Mahon, si passa alla Processó del Silenci che commemora la Passione e la risurrezione del Cristo attraversando le vie della città in un religioso silenzio. Il Venerdi Santo, è tempo della processione del Sant Enterrament a Ciutadella, Ferreries, Es Mercadal, Es Migjorn y Sant Lluís, ma a Mahon si tiene quella più rappresentativa che rimanda alla sepoltura del Cristo. Nel frattempo, nell’aria si sentono i ritmi dei tamburi delle bande locali, mentre passano i carri allegorici delle confraternite che sfilano con maschere e vestiti multicolor a ricordare i tempi dell’Inquisizione. E poi c’è la domenica di Pasqua con la tradizionale processione del Encontre che segna l’incontro tra il Cristo Risorto e la Vergine Maria che percorrono le vie della città fino alla cattedrale. A Ciutadella, inoltre si aggiunge un rito molto originale e catartico, la Matança dels Bujots (letteralmente “uccisione delle bambole”). In questo caso, si appendono proprio delle bambole di paglia in giro per la città con al collo un cartello che identifica un problema sociale da esorcizzare per venire poi abbattute dai cosiddetti tiratori.

Gastronomia: le deliziose pietanze pasquali

Tra i piatti caratteristici della Quaresima spiccano il potaje de Vigilia, uno stufato di merluzzo a base di verdure e legumi servito con olio d’oliva e prezzemolo. Ancora, è certamente da provare la sopa de ajo, una zuppa all’aglio con l’uovo aggiunto a caldo, olio d’oliva e pane, così come i bunuelos, le tipiche frittelle alla crema e cannella disponibili anche in versione salata con formaggio, prosciutto, o tonno. Completano il lauto pasto le rosquillas, ciambelle con scorza d’arancia e infine la Mona de Pascua, una torta rotonda con un impasto alle mandorle con uova sode colorate.

Cosa vedere adesso

In primavera, nell’isola, le bellezze naturali sono ancora più in vista. Il giro, quindi, può cominciare dalla capitale Mahón, con il suo centro storico dal passato millenario. Belli anche i suoi edifici difensivi e le sue basi navali e per chi ama l’archeologia è da provare il tour megalitico con tappa al sito di Trepuco’, villaggio del periodo talaiotico che conserva i resti della muraglia, due “talaiot” torrette, l’edificio di culto “taula” e resti di abitazioni del II millennio a.C. Altre idee sono quelle della visita alla fattoria locale tra ulivi e muretti a secco per assistere al processo di produzione a pressatura del celebre Queso de Mahon, il formaggio tipico della zona o l’itinerario, il Camí de Cavalls, che attraversa l’isola da Mahón in bici, a piedi o a cavallo. Da non perdere il Barranc D’Algendar, il dirupo più alto di Minorca con i suoi 80 metri di altezza che si può raggiungere percorrendo 4 km nella natura o il borgo bianco degli artisti di Binibeca Vell. Per concludere, si possono vedere alcuni dei fari dell’isola, tra cui quello di Favaritx per godere di uno spettacolare tramonto sul mare e la Ciutadella con le sue viuzze ricche di ristoranti, locali e indirizzi alla moda.

Cugini una amicizia più speciale

Cugini: un’amicizia più che speciale
Siamo abituati a pensare ai fratelli come i primi amici della nostra infanzia, spesso dimenticando ingiustamente il valore che i nostri cugini hanno avuto nei primi giochi, nei primi cambiamenti e nei primi affetti.
Con i cugini si impara a condividere, a risolvere conflitti, ad ascoltare, a curare ferite, a cercare tesori e arricchire la saggezza emotiva che ci ha trasmesso questo legame così speciale.
L’amicizia tra cugini è speciale. Ciò fa si che, nonostante non siano parte della nostra quotidianità, abbiano comunque un luogo privilegiato nei nostri pensieri, come se fossero impressi nella memoria.
Man mano che si cresce, si genera tra i cugini una complicità speciale, che resterà sempre con noi.

Andalusia, silenzi e luci senza tempo: istruzioni per un tour perfetto di Carlos Solito

«Sembra che non amiate la pace», dice Ramón Rojo. «Si può amare ciò che non si conosce e in cui non si crede?», risponde Joe lo Straniero. Direttamente dal celebre film Per un pugno di dollari del 1964, il primo della cosiddetta trilogia del dollaro diretta da Sergio Leone, nonché il terzo film nella classifica dei film italiani più visti di sempre con quasi 15milioni di spettatori. E nelle location dove fu ambientato, Gian Maria Volonté, Clint Eastwood, e tutto il cast, di pace ne sentirono tanta che, forse, davvero stentarono a crederci.

SCENARIO UNICO
Perché il Desierto de Tabernas è uno dei luoghi più affascinanti dell’Andalusia, una miniera di silenzi e venti. Un angolo d’Europa a gariga arida davvero insolito che sta ad appena trenta chilometri a Nord di Almería: ettari di cactus, burroni, sentieri e sterrati polverosi, pietre arse dal sole, colline segnate da crepe e pareti rocciose bacate da caverne che, spesso, custodiscono giacimenti preistorici, paleolitici e neolitici. Un unicum in tutto il vecchio continente che fa più rima coi paesaggi dell’Arizona, del Texas, del Messico piuttosto che col sud della Spagna. E infatti proprio per questo motivo (unitamente ai costi di produzione decisamente inferiori) Sergio Leone ambientò qui i suoi spaghetti western e con lui Giuseppe Colizzi con l’esordio dell’accoppiata Bud Spencer e Terence Hill in Dio perdona io no! (era il 1967). E ancora, nel 1968, Stanley Kubrick girò 2001: Odissea nello spazio. Nel 1987, Gabriele Salvatores, Marrakech Express e nel 1989, Steven Spielberg, Indiana Jones e l’ultima crociata.
Il lontano ovest dell’immaginario americano dell’Ottocento nel Mediterraneo, con tanto di villaggi western che nel corso dei decenni si sono spartiti le scenografie delle celebri pellicole: Mini Hollywood (prima Yucca City), Fort Bravo (noto anche come Texas Hollywood) e Western Leone costruito apposta nel 1968 per le riprese di C’era una volta il West.

LA PARTENZA
Ma è dalle sponde del Mediterraneo che parte il tour in questo pezzo di Spagna: da Almería. Il capoluogo di provincia, già porto dei romani e visigoti, merita un’immersione nel Barrio de la Chanca e nell’antica Medina da attraversare toccando, prima, la Puerta Purchena, la Iglesia de San Juan, le piazze Veja, de Bendicho e San Pedro. Sopra a tutto, in posizione panoramica, dominano le alte e possenti muraglie dell’Alcazaba del XI secolo, la più grande fortezza islamica di tutta la Spagna. Da non perdere anche la Catedral gotica per poi puntare verso Nord. Si arriva nell’abitato di Vera, protetta da monumentali mura e torri merlate, per visitare la scenografica Plaza Mayor con la chiesa fortificata di Nuestra Señora de la Encarnación e si continua fino alle celebri spiagge di Puerto de Rey, Mojácar e quelle infinite di Carboneras con lunghi arenili di sabbia e ciottoli. Anche se il vero motivo per spingersi così a est è per il più importante luogo marino del levante almeriense: il parco naturale de Capo de Gata. Riserva della biosfera Unesco, è ricco di spiagge intatte, fasce dunali, saline punteggiate da mulini e fondali trasparenti cinti da piccole falesie sulle quali crescono le palme nane.

GARCÍA LORCA
Oltre la Sierra Nevada, passando per l’A92, si arriva a Granada in poco più di un’ora e mezza. Oriente e occidente, islam e cristianesimo, qui si fondono in una maniera sublime nella cornice di una delle città più uniche del Mediterraneo la cui bellezza si riassume in un detto spagnolo: «Chi non ha visto Granada, non ha visto nulla».

Ma la città più bella dell’Andalucia è soprattutto la patria e la musa di Federico Garcia Lorca, il poeta omosessuale ucciso dalla Spagna tradizionalista, che tra le tante dediche scrisse: «Le ore lì sono più lunghe e più gustose che in nessun’altra città della Spagna. Ha crepuscoli complicati di luci costantemente inedite che sembrano non terminare».

PATRIMONIO MONDIALE
Visitarla vuol dire mettere in conto tanto stupore a partire dal simbolo della presenza musulmana: l’Alhambra. Patrimonio mondiale dell’umanità, monumento più ambito del turismo nazionale, l’antica cittadella dell’Alcazaba ha un volto robusto e fortificato (nacque a scopi militari) e un cuore monumentale e gentilizio di palazzi, patii, cortili, fontane, giardini e archi moreschi. Nel Casco Antiguo, invece, partendo dall’ampia Plaza Bib Rambla, si corre a visitare la chiesa rinascimentale più importante della Spagna: la Catedral in stile gotico dalla stupefacente facciata barocca. Infine, un altro patrimonio Unesco è l’antico quartiere arabo dell’Albaicín dove tra ragnatele di stradine in pietra, sale da tè, patii e balconi fioriti si arriva sullo scenografico belvedere della chiesa San Salvador. Qui tocca sedersi sui grandi cuscini e ammirare la dirimpettaia Alhambra al tramonto. Poco più avanti le grotte gitane del Sacromonte sono da frequentare a sera nelle quali va in scena il, flamenco.

Libri di carta meglio degli e-book per leggere fiabe ai figli

Quando si tratta di leggere favole ai propri figli il “vecchio” libro di carta è meglio dell’e-book. Lo afferma uno studio pubblicato dalla rivista Pediatrics, secondo cui la qualità dell’interazione genitori-figli è più alta se si usa un supporto “fisico”. La ricerca dell’università del Michigan ha coinvolto 37 coppie genitore-figlio, che dovevano leggere storie su tre differenti formati, un libro ‘classico’, un e-book ‘semplice’ e una versione più evoluta con suoni e animazioni.

Con le versioni elettroniche, scrivono gli autori, non solo c’è meno interazione ma i genitori tendono a parlare meno della storia e di più della tecnologia in sè. Questa diversa esperienza, sottolinea Tiffany Munzer, uno degli autori, può avere ripercussioni sulle capacità del bambino.
«Le differenze possono sembrare minime, ma hanno un ruolo nello sviluppo corretto – spiega -. I genitori possono interrompersi a metà di una storia e chiedere ‘come fa l’anatra’, o mettere in relazione una parte della storia con qualche esperienza già fatta dal bambino, ad esempio commentando ‘ricordi quando siamo andati in spiaggia’. Queste pratiche, così come sollecitare commenti e domande che vanno al di là del contenuto, promuovono il linguaggio espressivo del bimbo, il suo coinvolgimento e l’apprendimento». Questo non avviene, continua l’esperta, se si usano i libri elettronici. E i genitori tendono a fare meno commenti e domande.

Perché certe persone sono stonate

Escluse le persone che hanno gravi difetti fisici a livello uditivo, trovare qualcuno stonato, cioè incapace di dare una giusta intonazione al canto, è molto raro.
L’incapacità di cantare dipende solo da mancanza di educazione musicale e scarso esercizio per questo persino i più stonati possono imparare se aiutati da un buon maestro.
Una buona scuola son sicuramente i cori amatoriali. Infatti nell’Europa del Nord, dove il canto corale è praticato in tutte le scuole, quasi nessuno è stonato.

Alla fine, il canto è simile allo sport, dove salvo i talenti rari, con tanto allenamento si può ottenere un buon livello.

Rimedi naturali

Spesso la sera i pensieri della giornata si accavallano, il nervosismo accumulato da uno stile di vita stressante che lascia poco tempo per noi stessi ci rende irrequieti. Ecco allora che prima di andare a dormire può essere utile applicare questa tecnica di rilassamento che sfrutta la cromoterapia.

La mente, se visualizza una particolare sequenza di colori, può liberarsi da stati di stress. In questo caso proponiamo i colori dell’arcobaleno, in cui il rosso aiuta a rilassare i muscoli, l’arancione scioglie le tensioni che si localizzano soprattutto a livello della schiena , il giallo dona calma alla mente affaticata, il verde serenità, il blu amore e il viola porta lo sguardo verso l’interiorità.

Seguite la sequenza come viene proposta e memorizzatela poi, nei momenti di stress o prima di andare a dormire, chiudete gli occhi e ripensate a questi colori proposti, cercando di focalizzarvi su ogni singolo colore o, se vi riesce più facile, su un oggetto che ha quel particolare colore o, se vi riesce più facile, su un oggetto che ha quel particolare colore. Prima di iniziare fate due bei respiri profondi portando l’attenzione sull’inspirazione ed espirazione, ora siete pronti a visualizzare l’arcobaleno!

Musicoterapia

Musicoterapia: che cos’è e cosa può curare?

L’ascolto o la creazione di brani musicali e l’utilizzo di suoni o vibrazioni, guidati da un terapista, sono utili in psicoterapia e riabilitazione.

la musicoterapia è l’uso della musica e degli elementi musicali (suono, ritmo, melodia e armonia), con un individuo o un gruppo, da parte di un musicoterapista qualificato con lo scopo di facilitare e favorire la comunicazione, la relazione, l’apprendimento, la motricità, l’espressione, l’organizzazione e altri rilevanti obiettivi terapeutici, al fine di soddisfare le sue necessità fisiche, emozionali, mentali, sociali e cognitive.

La musicoterapia si colloca nel contesto delle “medicine complementari” o “non convenzionali” e si svolge prevalentemente in ambito educativo-preventivo, riabilitativo e di integrazione sociale: attraverso l’intervento musicoterapico è possibile indurre nella persona cambiamenti a livello intrapsichico e interpersonale.

Il suo approccio viene infatti definito “olistico”, poiché riguarda la sfera delle emozioni e dei vissuti della persona malata.

Che strumenti utilizza?

In ambito musicoterapico vengono utilizzati strumenti musicali, ma anche un insieme di prodotti sonori che esulano dall’arte musicale, come i rumori ambientali o corporei e le vibrazioni ritmiche.

La scelta del materiale sonoro/musicale dipende dai presupposti dell’intervento musicoterapico e dagli utenti cui è destinato. «L’assunto di base della musicoterapia – spiega Livio Claudio Bressan, dirigente neurologo dell’Azienda ASST- Nord Milano e professore a contratto delle Università degli Studi di Milano Statale e Bicocca – è che la musica sia in grado di agire su circuiti neuronali che stimolano la plasticità neuronale».

La musica può promuovere pensiero e comportamento in condizioni sia di salute sia patologiche. L’input sensoriale può facilitare, attraverso le strutture del lobo temporale, i processi di attenzione, osservazione e apprendimento gestiti dal lobo frontale. Le stimolazioni musicali, infatti, possono produrre piacere (sia conscio sia inconscio) in grado di agire su strutture neuroanatomiche deputate all’attenzione, all’apprendimento, al pensiero e al comportamento».

Le applicazioni pratiche

La musicoterapia è indicata per diverse tipologie di pazienti, sia bambini sia adulti, con disabilità o handicap emotivi, fisici, mentali o psicologici. Viene utilizzata per i disturbi cognitivi nella malattia di Alzheimer o nelle demenze senili, per lenire il dolore acuto e cronico, per la riabilitazione fisica e psichica di chi ha abusato di alcool o sostanze stupefacenti. Può essere utilizzata persino durante il travaglio del parto. Dunque, in particolar modo, in ambito psicoterapico e riabilitativo: nel primo settore la musica costituisce un canale di comunicazione non verbale che favorisce la relazione interpersonale; nel secondo il suono funge da stimolo per una specifica funzione motoria o cognitiva.

La scelta musicale effettuata dal musicoterapista deve essere mirata sull’ascoltatore: di volta in volta, infatti, chi conduce la seduta di musicoterapia potrà scegliere di far suonare strumenti oppure di scrivere canzoni o di cantarle, di attuare un percorso di ascolto guidato o di lasciare il campo all’improvvisazione e alle performance personali.